Cai Guo-Qiang in Toscana

Cai Guo-Qiang in Toscana
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19Novembre2018
ph. Pasquale Paradiso

L’eccezionale incontro col grande artista, al Pecci con Head On

L'artista che domenica 18 novembre ha incantato Firenze con i suoi fuochi d'artificio floreali lanciati in pieno giorno da piazzale Michelangelo, preludio alla mostra Flora Commedia in programma agli Uffizi dal 20 novembre al 17 febbraio, era già stato in Toscana. Leone d’oro alla Biennale di Venezia del ’99, nel 2006 il Solomon R. Guggenheim Museum di New York gli ha dedicato la retrospettiva I Want to Believe: Cai Guo-Qiang è considerato uno dei più importanti artisti cinesi contemporanei. Lo abbiamo incontrato in occasione della mostra di inaugurazione del nuovo Centro Pecci a Prato, nel 2016, e lui – che non ama le definizioni- ci ha raccontato la sua opera Head On e il suo modo di intendere l’arte.

Ci racconta il significato di quest’opera presentata per la prima volta a Berlino nel 2006?
Quest’opera, intitolata Head On, fu creata nel 2006 quando ero a Berlino, commissionata dalla Deutsche Guggenheim. Mi colpì il fatto che il muro di Berlino fosse già stato demolito, e pensai che fosse facile demolire muri visibili, mentre quelli invisibili, quelli tra persone, quelli tra culture, sono ben più difficili da demolire. Quindi ho concepito quest’opera d’arte: un muro di vetro, alto quanto il muro di Berlino, con 99 lupi che si rincorrono, saltano in aria, vanno a sbattere contro il muro, cadono, e poi ritornano e ricominciano il giro. Per me i lupi simboleggiano l’esistenza umana e i problemi della società. Nel corso della storia, gli uomini non hanno fatto altro che rincorrersi solo per andare a sbattere e ritornare al punto di partenza, ripetendo i propri errori in modo circolare. Anche la scelta del 99 ha un significato: nella cultura orientale questo numero rappresenta l’infinito, il non completo, mentre il numero 100 rappresenta la completezza e la perfezione. Quest’opera ha per me ancora un significato importante oggi: rappresenta la distanza tra la gente e la cultura, che è ancora evidente oggi nella cultura globale. Per esempio, la distanza tra il mondo arabo e il resto del mondo o anche la distanza tra il mondo e la Cina, la distanza della comprensione.

C’è un riferimento al Nazismo? O è più in generale alla storia e alla natura umana?
No, non c’è un riferimento diretto al nazismo. Racconta la distanza tra le persone. Anche se oggi i rapporti interpersonali sono agevolati dall’uso del web e dei social media, basta guardare una famiglia a tavola insieme o amici che si incontrano, sembrano tutti avere la lingua incollata. L’opera affronta questi problemi. 

In merito al titolo della mostra, secondo lei è veramente la fine di questo mondo?
Il direttore del Pecci, che è anche il curatore della mostra inaugurale, è la persona più adatta a rispondere a questa domanda. Come artista capisco perché ha voluto che quest’opera facesse parte della mostra: appena si entra nello spazio espositivo, si vedono solo un paio di lupi per terra. Il muro non è molto chiaro da lontano, bisogna camminare oltre per vedere cosa succede: un ciclo infinito di lupi che vanno a sbattere, ma non si fermano e continuano a ripetere questa sequenza. Quindi, in un certo senso, non c’è mai fine all’opera. Forse la fine del mondo qui indica una fine senza una fine.

La funzione dell’arte oggi?
Credo che ogni artista abbia una risposta diversa a questa domanda. Alcuni artisti dicono che l’arte abbia la funzione di trasformare la società, altri forse risponderebbero diversamente. Per quel che mi riguarda, l’arte è un tunnel spazio-temporale che mi permette di viaggiare tra il mondo vero e quelli invisibili, di dialogare con differenti culture e trascendere il tempo. Ma anche di viaggiare liberamente tra sistemi sociali diversi, uscendo dalla mia realtà individuale.

Lei spazia dalla pittura al disegno ma anche installazione, video e performance: qual è il suo media preferito?
Difficile da dire. All’epoca della mia retrospettiva al Guggenheim di New York nel 2008, i curatori della mostra divisero il mio lavoro in quattro categorie: i disegni e dipinti con la polvere da sparo, gli eventi esplosivi esterni, le installazioni come quella che vede qui, e i progetti socialmente impegnati. Per me, queste quattro aree sono sempre correlate e in alcune mostre sono tutte esposte, altre mostre si concentrano su un’area sola, come questa. La mia prossima mostra personale, intitolata My Stories of Painting, che si terrà al Museo Bonnefanten di Maastricht in Olanda, a partire dal 29 di questo mese, mette in risalto la pittura, quindi un solo mezzo di espressione.

Lei qui, Ai Weiwei a Firenze…cosa pensa di questa attenzione dell’Europa all’arte cinese?
Dopo l’università mi sono trasferito in Giappone, dove ho vissuto 8 anni, e poi negli Stati Uniti dove vivo da circa 21 anni. Quest’anno ricorre il trentesimo anniversario della mia partenza dalla Cina. Quindi si può dire che io sono un artista cinese, un artista asiatico, americano, internazionale o semplicemente un artista. Per me, la classificazione non è la cosa più importante e credo anche che non si dovrebbe amplificare, esagerare il fatto che Ai Weiwei ed io ci troviamo in Toscana ora, nello stesso momento. Alla mostra La fine del mondo partecipano oltre cento artisti, di cui solo due sono cinesi, credo che ci siano anche una decina di artisti arabi. Il pubblico dovrebbe prestare attenzione alla mostra nel suo complesso, ai vari tipi di artisti e arte. in definitiva, gli artisti si esprimono attraverso il linguaggio della loro arte e fondamentalmente ogni artista parla per sé, che è anche la soluzione più pratica. Non si può parlare che per se stessi.

Due parole sulla direzione artistica delle Olimpiadi di Pechino?
Ho partecipato al concorso e sono entrato a far parte della squadra che si è occupata della direzione artistica delle Olimpiadi, della cerimonia di apertura e chiusura. La mia speranza e il mio obbiettivo allora erano, attraverso il lavoro con il mio team, di aiutare il mio paese a diventare più moderno e internazionale, oltre a presentare al mondo la cultura del mio paese sotto un’altra luce. Oltre a sentirsi orgogliosi della propria storia e cultura, speravo anche di mostrare al mondo che il paese si stava aprendo e sviluppando.  

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