La Toscana di Marina Abramović

La Toscana di Marina Abramović
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12Novembre2018
Lavinia Rinaldi

L’artista e questa terra: un legame profondo iniziato nel 1977 a bordo di un vecchio furgone

Fino al 20 gennaio, Palazzo Strozzi ospita la prima grande retrospettiva italiana dedicata a Marina Abramović (Belgrado 30 novembre 1946), una delle personalità più celebri e controverse dell’arte contemporanea. Per la prima volta una donna è protagonista di una mostra negli spazi del palazzo rinascimentale.  
Marina Abramović artista serba naturalizzata statunitense, ha rivoluzionato l’idea di performance, mettendo alla prova il proprio corpo, i suoi limiti, le sue potenzialità e ha esplorato i tratti più istintivi e oscuri dell’animo umano, giocando con limite tra la vita e la morte.

In Toscana ha passato momenti significativi della vita fin dal 1977, quando, con il suo compagno di allora Ulay viaggiava per la regione a bordo di un vecchio furgone Citroën. Questo ce lo testimonia Somewhere in Tuscany, una bella foto dove Marina annusa un mazzo di fiori di campo appena colti, che racconta l’atmosfera e la personalità fusionale creata dai due artisti all’inizio della loro storia, in cui vita e arte erano una cosa sola. Tappa importante nel suo percorso artistico-spirituale è il secondo incontro col Dalai Lama (il primo, in India nel 1980) che questa volta avviene in Toscana, a Pomaia (PI) dove si trova uno dei più importanti centri buddisti d’Europa. Qui Marina avrà l’opportunità di intervistarlo e maturare l’idea di “Avalokiteshvara (Dalai Lama Film 1983)” un film, realizzato poi a Francoforte e da lei diretto. L’opera è incentrata sul messaggio di pace del Dalai Lama e vuole esprimere la rappresentazione della compassione di tutti i Budda, che può essere ricevuta, anche solo come benedizione, da chi non è buddista. 

Nel 1985 Marina e Ulay sono ancora in Toscana. Per tre mesi a Firenze, ospiti a Villa Romana, luogo di incontro e di scambio per artisti da tutto il mondo, concepirono un progetto teatrale intitolato “Fragilissimo”, centrato sulla figura di una donna (Marina) su cui convergono tre punti di vista: il figlio, la sorella e l’amante. La musica di Selinger, Van der Velde e Larry Steinbachek e le idee luce dell’artista toscano Marco Bagnoli, fanno di questa pièce un vero e proprio allestimento teatrale, un ritratto composto da immagini, frammenti di conversazione e musica, al fine di costruire, distorcere, unificare la sua persona e, attraverso di essa la nostra. L’opera doveva andare in scena al Teatro Nicolini ma, per problemi organizzativi, questo non avvenne. Fu rappresentata invece a Amsterdam e Stoccolma. Nel corso del soggiorno fiorentino, il 21 settembre 1985, Marina e Ulay sono coinvolti da Mario Mariotti, poliedrico artista, fondatore dello spazio autogestito Zona, in Piazza Santo Spirito, in FIRE-NZE l’happening tematico con la partecipazione di moltissimi artisti italiani e stranieri, giocando sul significato allegorico delle prime quattro lettere del nome della città (fuoco). In questa calda notte “infuocata”, panni dipinti stesi a tutte le finestre della piazza e tra questi quello creato da Marina e Ulay, con il tema del cuore e del diavolo, sembrano rievocare le feste fiorentine del Rinascimento. In occasione del progetto Arte all’Arte, curato dall’Associazione Arte Continua, Marina Abramovic partecipa con una performance che si rivelerà eccezionale. Il 16 Settembre 2001 negli spazi dell’ex ospedale neuropsichiatrico di Volterra, nel padiglione intitolato a Jean-Martin Charcot, famoso clinico francese delle malattie nervose del XIX secolo, Marina presenta “Mambo at Marienbad” (dal film di Alain Resnais “L’anno scorso a Marienbad”).

L’installazione/performance è stata pensata dall’artista sfruttando l’energia di un luogo di memorie dolorose, testimonianze di un controverso passato. Il pubblico è invitato a togliersi le scarpe, indossare quelle da mambo, incamminarsi in un corridoio su cui si aprono le stanze degli ex pazienti. Il cammino è rallentato da magneti applicati sotto le suole e, a fatica, raggiungono la fine del corridoio. Qui, in una stanza con finestre socchiuse, prorompe la visione di Marina avvolta in un abbagliante vestito rosso che balla sfrenata sulle note di “Mambo italiano” (allusione alla Mangano). La musica di una vecchia canzone aggiunge un accento nostalgico al forte contrasto creato dalla coesistenza dell’atmosfera angosciante del luogo e della vitalissima immagine della danza di Marina.  

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