L’istinto della conservazione

L’istinto della conservazione
Interviews
13Gennaio2009
Cesare Maria Cunaccia

Le tecniche di restauro di Daniele Rossi sui capolavori di tutto il mondo

 Daniele-Studio-01

Daniele Rossi ha iniziato la propria attività professionale nel 1979. Nel 1985 ha conseguito il diploma d’idoneità all’esercizio della professione di restauratore presso l’Opificio delle Pietre Dure e Laboratori di Restauro di Firenze con specializzazione nella conservazione delle pitture murali e lavora per committenze pubbliche e private su manufatti diversi come dipinti su tela e su tavola, dipinti murali, manufatti lignei e lapidei. Dai cantieri di Assisi su Giotto e Cimabue degli anni ’80 ha restaurato Signorelli, Sodoma, Vecchietta, Duccio da Buoninsegna, Filippo Lippi, Tiziano, Pollaiolo, Rubens, Rembrandt, Goya fino a Fattori e Cagli.
Chi sono stati i tuoi maestri?
Sicuramente la mia formazione a Roma con il gruppo di Zanardi mi permise di imparare i metodi giusti, quelli del restauro moderno che allineava l’abilità manuale alla conoscenza tecnico scientifico nei confronti delle opere d’arte.
Che cosa fa di un restauratore un grande restauratore?
La capacità di interpretare l’opera d’arte dal punto di vista tecnico, scientifico, filologico ed umano, ma soprattutto il rispetto ed il rigore che si pone di fronte all’opera qualunque essa sia.
Le opere più difficili e complesse nel tuo percorso e perché?
I primi ricordi vanno al cantiere di Assisi degli anni ottanta, per me trovarmi sui ponteggi significava volare trasportato dagli angeli di Cimabue sopra ai tetti rossi di Giotto. Poi dopo è stato un susseguirsi di committenze importanti fino a quelle attuali. Ogni lavoro è complesso, dobbiamo adattarci alla volontà dei pittori, alle loro creazioni artistiche, e soprattutto relazionarci con la qualità del lavoro dei restauratori precedenti. Adesso sto restaurando La Madonna col Bambino e Santi di Taddeo Gaddi nella Galleria degli Uffizi.
Con quali musei e grandi collezioni private italiani e internazionali hai lavorato durante gli anni?
Lavoro principalmente per la Galleria degli Uffizi, per la Pinacoteca Nazionale di Siena, per il museo dell’opera del Duomo di Siena oltre che in Palazzi storici fiorentini e senesi, chiese e musei civici e di arte sacra in Toscana. Ho lavorato per collezioni di Banche e Fondazioni in Toscana e fuori, per importanti collezionisti e antiquari negli Stati Uniti, in Svizzera, in Cile, e ho collaborato col Metropolitan Museum di New York.
Le tecniche e la concezione stessa di restauro, sono cambiate molto nel tempo. Qual è, in succinto l’approccio attuale?
Indubbiamente adesso ci poniamo di fronte ad un’opera in modo diverso. Approfondiamo la conoscenza con mezzi tecnico-scientifici e facciamo un’anamnesi iniziale molto approfondita, prima di operare. Siamo in grado di avere uno screening preliminare dei problemi relativi all’opera-paziente e di  organizzare l’intervento che dovrà essere meno invasivo possibile. Tengo a precisare che l’intervento sul manufatto o il pilotamento strumentale è sempre legato alla nostra delicata mano umana. Si possono individuare con analisi sofisticate tipi di vernici e leganti, ma sarà la mia capacità e sensibilità manuale nel riuscire a rimuove parzialmente, totalmente o a mantenere intatte le vibrazioni cromatiche.
Un aneddoto. Qualcosa di incredibile che ti è accaduto.
Una luce particolare illuminò un lunedi mattina la tavola di Fra’ Filippo Lippi che raffigurava l’adorazione del Bambino di Camaldoli. Immerso nella magica atmosfera della galleria degli Uffizi chiusa al pubblico, mi sono avvicinato al quadro, e dopo aver apposto il mio naso sul colore intriso di vernice, ho percepito i profumi resinosi degli alberi e dell’erba bagnata . Sconvolto da questa illusione olfattiva, non riuscivo a staccarmi. Poi improvvisamente è squillato il cellulare. Sogno finito. 

Commenti