Proiezione e oggetto

Proiezione e oggetto
Interviews
31Marzo2011
text Marco Bazzini - Francesca Lombardi photo Alessandro Moggi

Giovanni Ozzola nasce nel 1982 a Firenze. Nel 2010 vince il Talent Prize

Non chiamatelo enfant prodige. Lui dice di sé che “era solo il tempo giusto”. Culturalmente quasi autodidatta – “ ho sempre avuto un approccio molto critico alla scuola” – esce di casa giovanissimo, a 16 anni. Girovago per vocazione, porta sempre con sé le immagini, raccolte in anni di sperimentazione. L’incontro prima con Maria Novella Del Signore, conosciuta per caso a Londra, e poi con Pier Luigi Tazzi lo fa conoscere a livello internazionale. A soli 18 anni è presente con i suoi lavori alla mostra per l’inaugurazione del Modern Museum di Tokyo
Tutto il suo lavoro, credo, abbia una base di tipo esperienziale.
Questo non significa che ricerca un approccio da alchimista ma ritorna sempre l’esperienza diretta. Un’esperienza illuminata dalla luce, parte fondamentale del suo lavoro…
E’ esattamente così: è una tensione dei sensi verso qualcosa… Faccio un esempio per far capire meglio il mio lavoro. Lo scorso aprile ero a Istanbul per il sopralluogo di una mostra. Avevo molto forte in testa l’ideale romantico dello Stimmung, che significa appunto disposizione dei sensi. In pratica, nel momento in cui entriamo in empatia con una situazione o una persona, prendiamo coscienza di noi, del fatto di esserci. Quando sono arrivato a Istanbul lavoravo intorno a questa idea, cercavo una immagine che rappresentasse questa predisposizione totale dei sensi. Sono sceso nella cisterna romana: per capire veramente questo luogo tutti i sensi sono coinvolti, olfatto, tatto, vista, udito. E’ li ciò che stavo pensando ha trovato la sua immagine. Ho fatto tre scatti che hanno costituito il nucleo centrale della mia mostra personale al museo di arte contemporanea di Istanbul.
Si sente come essere il viandante che scruta l’orizzonte di Friedrich? (Viandante sul mare di nebbia, Caspar David Friedrich 1818, ndr)
E’ un momento vibrante, mi rappresenta perfettamente. Ho una visione complessiva dei miei lavori dove l’intensità continua anche dopo la loro conclusione: sono frammenti che continuano a vivere al di là della creazione dell’immagine fotografica o video. Diapason che, appunto, continuano a vibrare.
Con i lavori presentati alla Galleria Continua si può dire che si chiude un cerchio? Nei lavori del passato la ricerca diventava visione, la visione oggetto. Oggi visione e oggetto combaciano, come il video proiettato sulla pietra…
E’ una fase importante del mio lavoro e della mia vita. Sono diventato padre. A prescindere da questo, è un prendere coscienza di una parte più superficiale e di una più profonda.
Un ritorno all’unità anima/corpo?
In un certo senso sì, partendo sempre da una dimensione organica e naturale.

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