Potenza e inquietudine

Potenza e inquietudine
Museums
18Luglio2011
Ilaria Ciuti

A cinquecento anni dalla nascita di Bartolomeo Ammannati, una grande monografica al Bargello

ammannati 9451 foto lucia baldini

Un’estate, questa, che cade nel cinquecentesimo della sua nascita e che gli viene in qualche modo consacrata. Il museo del Bargello ospiterà fino al 18 settembre la prima mostra monografica dedicata allo scultore e architetto fiorentino Bartolomeo Ammannati (1511-1592). Uno dei geni del manierismo fiorentino, architetto e scultore inizialmente sottovalutato, non fosse altro perchè ebbe l’avventura ma al tempo stesso anche la sfortuna di vivere in un tempo così florido di talenti come il Cinquecento fiorentino, nel quale emergere era una gara senza quartiere. Oscurato, l’Ammannati, in primo luogo dallo stesso Vasari, che pure gli fu amico e che lo presentò a Roma a papa Giulio II e a Firenze a Cosimo I dei Medici, ma che ebbe dalla sua il vantaggio di essere noto al pubblico come grande storiografo. Adesso l’Ammannati viene finalmente e completamente riabilitato. Riconosciuto come artista tra i più significativi e interessanti dell’epoca, giudicato quello, tra gli epigoni di Michelangelo, che più sperimentò uno stile suo, a metà tra la potenza scultorea del grande maestro e una nuova dolcezza e inquietudine che ne segnano l’originalità e la modernità.
«L’acqua, la pietra, il fuoco. Bartolomeo Ammannati scultore», è il titolo della mostra della riabilitazione, curata al Museo del Bargello dalla direttrice, Beatrice Paolozzi Strozzi e da Dimitrios Zikos. Il fuoco con cui si modella il bronzo, la pietra delle statue, ma soprattutto l’acqua delle straordinarie tre fontane dell’Ammannati, noto anche come l’autore del ponte Santa Trinita, che sono il tema centrale della mostra. L’acqua fu un segno specifico del governo di Cosimo I. Il granduca che, insieme alla moglie Eleonora da Toledo, fece dell’Ammannati uno degli artisti di corte tra i preferiti e che usò il tema dell’acqua sia come espressione di massima opulenza, di vita, di gioia della sua città che come celebrazione di se stesso e della sua potenza. Ma che ne fece anche materia, documentata dalle fantasmagoriche e avveniristiche soluzioni delle fontane commissionate, di innovazione e tecnologia avanzata, al servizio del benessere dei sudditi.
Tanto che l’opera più affascinante e sorprendente dell’allestimento della mostra al Bargello è l’audace e suggestiva ricostruzione, nel cortile, della cosiddetta Fontana della Sala Grande, quella che Cosimo I avrebbe voluto mettere al centro del Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio. Un’idea di assoluta novità che però nel 1560 il granduca abbandonò per commissionare allo stesso Ammannati un’altra fontana più propagandistica a causa della sua popolare visibilità, la Fontana di Piazza, ossia la fontana del Nettuno di piazza Signoria, subito ribattezzata dai fiorentini come il Biancone. Così impietosi, questi ultimi, nel giudicare la statica scarsa bellezza della bianca e imponente statua del Dio da far loro coniare il famoso detto: «Ammannato, Ammannato quanto marmo hai sciupato». Reazione immediata che impedì per anni alla città di rimanere incantata di fronte alla guizzante bellezza dei bronzi di satiri e ninfe ai piedi del dio.La fontana destinata a Palazzo Vecchio finì per andare a ornare, incompiuta ma con tutte le sei divinità che la circondavano, i giardini di Pratolino e di Boboli. Poi arrivò, smembrata al Bargello, dove ora la si è ricostruita con il grande arco-arcobaleno che la sormonta e le divinità ai loro posti. Tra queste, Giunone con le mille e morbide pieghe dell’abito o la splendida forte e sensuale Cecere con i seni nelle mani, nuda davanti al mantello leggero e svolazzante. E poi la statua di Arno, i pavoni eleganti e stilizzati. Le altre due fontane celebrate al Bargello sono rappresentate, appunto, dal Biancone e dai due splendidi corpi in bronzo plasticamente avvinghiati di Ercole e Anteo che ornano la fontana in mezzo al giardino della Villa Medicea di Castello. Tra le altre opere, la sensuale Leda e il cigno, il monumento Nari, la Venere venuta dal Prado, il putto del Genio mediceo, affiancato dal calco originale da cui fu tratto ma che mostra alcune differenze dal risultato finale.  

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