Un fiorentino del fare

Un fiorentino del fare
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18Giugno2012
Gianluca Tenti

Stefano Ricci. La sfilata agli Uffizi e un libro entro la fine dell’anno

Una prima assoluta. Unica. Mai, in oltre 500 anni, la Galleria degli Uffizi era stata concessa per una sfilata. Un privilegio, certo, riservato a un fiorentino del “fare” che ha voluto celebrare il 40° anniversario di fondazione della propria società con un tributo all’eleganza della sua Firenze.
Stefano Ricci, designer di alta moda maschile rigorosamente Made in Italy. Cos’è per lei Firenze?
Mi sono sempre chiesto cosa c’è di così particolare che porta Firenze a generare, in senso biologico, aziende come Emilio Pucci, Gucci, Roberto Cavalli, Ermanno Scervino, che nel tempo è stata teatro del decollo di Salvatore Ferragamo, proscenio della creatività di Enrico Coveri. In fondo la nostra è una città di 350mila abitanti. Eppure deve esserci un motivo.
Quale?
Sorridendo potrei dire che... sarà il vino o forse l’olio delle nostre colline. Di sicuro è il passato, fatto di grandi architetture, di sfide, nella città dei Medici cui il mondo, tutto, deve il senso della proporzione. Ma nonostante questo, in realtà, non trovo risposta.
Quaranta anni sono un bel traguardo volante per una società di moda. Soprattutto in una città complessa come Firenze…
Ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia fiorentina e di vivere appieno la realtà di questa città. Firenze, che salta da un’esasperazione all’altra, dal buon gusto degli Uffizi alla trascuratezza di certi palazzi lasciati andare. Vede, Firenze non appartiene solo ai fiorentini; una sua quota parte è del mondo. Ho amici in varie parti del globo, persone che vivono lontano geograficamente parlando. E loro vedono Firenze non come Roma, Parigi o Londra che sono capitali, non certo come New York o Shanghai, ma come concentrato di una creatività e una qualità della vita di cui si sentono parte.
Torniamo per un istante al 1972, alla fabbrica di cravatte dove tutto è nato.
Ho iniziato da giovane, in una proprietà di famiglia. Era il 1972. Volevo misurarmi con il mondo della creatività. Non mi sono mai sentito uno stilista, ma un designer. Ho disegnato le cravatte cercando di donargli un ruolo da protagonista nel guardaroba maschile. Poi mi sono dedicato alla camiceria, cercando di esasperare i dettagli della produzione per impreziosire ed esaltare i tessuti. Ho vissuto i telai di Como negli anni Settanta, la trama e l’ordito. Andavano piano con le navette, il rumore era assordante, ma i tessuti erano eccezionali. Quell’esperienza mi è servita in tutti questi anni. E continua a essere un elemento imprescindibile nelle mie produzioni, fino alla drapperia.
Tutto rigorosamente fatto in Italia.
Assolutamente. Prima di tutto per il nostro senso innato del gusto. Pariteticamente per l’abilità delle nostre maestranze e per assicurare un futuro anche occupazionale al vero Made in Italy. Era tutto pianificato. Nel 1986 Milano sarebbe diventato il polo per la moda maschile; anche Pitti Uomo era pronto a trasferirsi. Erano gli anni della Milano da bere, dell’era Craxi. E anche Firenze aveva una forte componente socialista... Dissi: resto qui ed espongo insieme a 18 aziende che producono il vero Made in Italy. Fu così che nacque quella straordinaria esperienza che è Classico Italia. Firenze aveva già perso la Donna, non poteva continuare a cedere. Certo non fui incoraggiato dalle autorità fiorentine. Anzi, mi dissero che stavo solo creando il “ghetto dell’uomo”. Certo, in 40 anni di lavoro ne ho viste di tutti i colori.
C’è chi considera le sue collezioni votate solo al mercato dei nuovi ricchi. Cosa risponde?
Sfido chiunque a dire che l’industria maschile non è stata salvata dai nuovi ricchi. Anche se i vecchi ricchi (sorride, ndr) li devo ancora vedere. Certo il mercato oggi è segnato dalle scelte delle Repubbliche russe e dalla Cina, dove sono arrivato 20 anni fa e c’era molta curiosità sul made in Italy. Ricordo invece una riunione a Palazzo Vecchio, con un primo ministro italiano che ci proponeva di partecipare alla promozione delle nostre produzioni in Cina. Gli risposi: ha ragione, la Cina è in espansione, ma io sono già presente lì a vendere, non a produrre in maniera subdola e truffaldina.
Difesa del made in Italy, valorizzazione della fiorentinità. Chi glielo ha fatto fare?
Il rispetto per quello che Firenze può esprimere. Non parlo solo per la mia azienda. Ma anche per le altre eccellenze, nel vino, nel cibo, nella manifattura, in un certo tipo d’industria e di ospitalità. Spetta a noi saper tutelare le specificità del territorio e salvaguardarne il futuro. Quando abbiamo scelto di interessarci all’Antico Setificio Fiorentino, lo abbiamo fatto come tributo alla storia dei telai così amati dal marchese Emilio Pucci. Lo abbiamo fatto in un momento in cui era in discussione il proseguo dell’attività. Non è stato un investimento, ma un atto d’amore per un laboratorio di grande tradizione e qualità, in un quartiere dove i telai scandiscono il tempo nello stesso modo da oltre 200 anni.
C’è molta Firenze nel suo modo di pensare. C’è molta Firenze nel mio modo di essere. La sfilata agli Uffizi è un grande riconoscimento al lavoro di questi 40 anni, ma anche un grande impegno delle maestranze per il quale non finirò di ringraziare la disponibilità della Soprintendenza. Mi creda, vedere il nostro lavoro sfilare in queste sale, in un ambiente che è il mondo dell’arte da 600 anni. I nostri artigiani realizzano le mie “botteghe” e poi volano nel mondo per montarle. Ma la più impegnativa è stata proprio quella di Palazzo Tornabuoni, mi creda. Un esame in casa, il più difficile. E dalla nostra nuova sede alle Caldine cerco di trasmettere tutto questo nel mondo. 

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