Il mio credo

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Interviews
31Marzo2011
Eva Desiderio

Riccardo Tisci, scorre sangue italiano nello stile francese

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Riccardo Tisci, dal marzo 2005 alla guida della famosa maison parigina Givenchy che fa capo al potentissimo Gruppo LVMH di Bernard Arnault, oggi direttore creativo di tutte le linee femminili e maschili, stilista conteso e ammirato, famoso per il suo tratto
gotico-fetish-chic e per aver rilanciato con convinzione la grande tradizione dell’atelier d’Haute Couture.

E’ arrivato nel mondo del fashion da solo, con l’aiuto del talento naturale e della tenacia di chi non ha alle spalle niente di più che l’affetto immenso della propria famiglia. Il segreto di questo vero fenomeno? La voglia di sfondare senza strafare. Tutto il successo del mondo è niente paragonato al cuore di una madre, una donna semplice e modesta che ha imparato velocemente a brindare a champagne nei backstage più ambiti e blindati, bella anzi bellissima nonostante l’età, nel cappottino
nero d’atelier. Lui si è fatto le ossa prima col saggio di fine corso intitolato “Otto e mezzo: the procession”, poi con una minicollezione di t-shirt sollecitata da Vogue Uk,
quindi tornando in Italia a lavorare da Coccapani, per Puma e, per un lampo, da Ruffo Research. Nato a Taranto 36 anni fa, Tisci è rimasto orfano di padre, morto improvvisamente lasciando sola mamma Elmerinda coi 9 figli, Riccardo il piccolino. Poi la decisione di salire tutti a Cermenate, tra Cantù e Milano, e lui che comincia subito a darsi da fare per portare qualche soldo in casa. Dopo il diploma all’Istituto d’Arte di Cantù il colpo di testa di volare a Londra, sempre senza una lira ma con quella zavorra di affetto e di coraggio che non manca mai a certi meridionali. La moda come sogno, la St Martin’s come missione, il successo di questa Parigi che lo adora è ancora un miraggio….

La sua storia signor Tisci sembra voler dire che niente è impossibile?
Proprio così. Basta avere molta volontà e quella non mi manca - sorride Riccardo col quel velo di barba che non lo abbandona mai - e una passione intensa che qui,
nell’atelier Givenchy, mi hanno permesso di sviluppare in piena libertà. Questi sei anni da direttore creativo, ora di tutte le linee maschili e femminili oltre che dell’haute couture, sono stati anni bellissimi, positivi. I francesci del gruppo LVMH mi hanno dato una grande opportunità. Ho potuto consultare l’archivio di Givenchy,
specie tra gli anni Cinquanta e il 1960, quando Hubert è stato un pioniere, uno dei paladini dello stile chic. Oggi voglio perpetrare lo spirito della maison, ma alla
maniera di Riccardo Tisci.

Le manca l’Italia? Moltissimo. Mi manca il nostro sole, il buongiorno del vicino di casa, le chiacchiere al bar. Il mio dna è italiano al 100% e ne vado fiero, ma devo tutto all’Inghilterra dove se hai talento ti sostengono: a me hanno dato addirittura una borsa di studio anche se non parlavo una parola d’inglese! In Italia questo non sarebbe mai successo. Ma spero di tornare più spesso, magari anche a sfilare, chissà.

Che effetto fa sentir parlare di sé come il successore di Galliano da Dior?
Certo è un fatto che ti regala tanta soddisfazione. Mai però come l’affetto che mi circonda qui a Parigi e qui da Givenchy. Da un paio di stagioni per l’haute couture ha abolito la sfilata preferendo una statica.

La formula del defilé è al capolinea?
L’istallazione ha avuto molto successo, anche con le clienti dell’alta moda che sono giovani e molto esigenti e vengono in atelier per il lancio in società. Ho deciso di non sfilare più la couture perché la moda è nei dettagli, nelle lavorazioni che vanno viste da vicino, come un’opera d’arte, alcuni hanno richiesto 4000 ore di lavoro. Nella giungla di orchidee, palme ed iris ricostruita al Palais de Tokyo per l’ultimo pap spiccava come sempre Maria

Carla Boscono, l’amica del cuore?
Sì, vera amica e musa. Le voglio molto bene e sono contento che stia seguendo anche la via del teatro. Maria Carla mi somiglia molto, è silenziosa come me, ha un cuore grande. E’ l’interprete perfetta della mia moda, moderna, contemporanea, esile eppure
granitica.

Ha cominciato vestendo Bjork, poi è arrivata Madonna quindi le dive di Hollywood: che effetto fa la gloria?
Un effetto bellissimo. Vestire Winona Ryder o Courtney Love mi piace. E anche Laetitia Casta e Stefano Accorsi che indossa i miei smoking. Ma ancora di più ricevere le clienti tradizionali della couture in atelier e vedere come si entusiasmano alle mie creazioni. E poi ho il grande onore di vestire Sua Maestà Rania di Giordania, è stata la prima a credere in me. Anche Pierre Bergé le ha fatto un bel complimento.

Quasi un’investitura quando ha detto che lei è l’unico giovane di talento sulla scena della moda? Sì, Monsieur Bergé mi ha fatto l’onore di assistere al mio defilé ed è venuto nel backstage a salutarmi con parole magnifiche. 

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