Il lato intimo di Bolgheri

Il lato intimo di Bolgheri
Reportage
18Gennaio2013
Paolo Pellegrini

Itinerario intorno alle terre che profumano di vino e storia

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Guado al Tasso

I cipressi “che a Bolgheri alti e schietti van da San Guido in duplice filar” la tagliano in due, ma non ne spezzano la continuità. Via Bolgherese è un mondo unico, un fenomeno intero, un pianeta indivisibile. Via Bolgherese: c’è chi ha pensato di darne il nome perfino a una linea di profumi, davvero una grande idea questa partorita da un’azienda farmaco-cosmetica della zona, un mondo così unico non può che avere una sua costellazione di sguardi, di affacci, di scorci, di storie, di persone. E, perché no, anche di profumi: a poche centinaia di metri, in direzione del mare, c’è anche chi – e con l’autorevolezza antica dei Georgofili, fatta persona negli studi e nella pratica di Franco Scaramuzzi – quell’universo di profumi l’ha perfino ricostruito in un inebriante percorso racchiuso in un fazzolettino di terra.

Storia recente di un piccolo mondo antico, questa di via Bolgherese e del suo inarrestabile successo. Venticinque chilometri, forse meno, di una linea interrotta proprio da quel Viale dei Cipressi che di anni e di storia ne ha vissuti assai di più dei versi di Carducci, ma che a quei versi deve celebrità immortale. Venticinque chilometri che in meno di mezzo secolo hanno assunto la dimensione di Fenomeno. Bolghereaux, è il termine coniato con allegra faciloneria per dare un’etichetta a un percorso cominciato in realtà un po’ prima, a metà degli anni Quaranta, quando il marchese Incisa della Rocchetta, da assoluto pioniere, piantò il primo cabernet.

Ci sono voluti poi suo figlio Niccolò, e Piero e Ludovico Antinori, e tutti gli altri che li hanno seguiti, e che sono arrivati anche con il lustro della grande griffe da fuori, da vigneti già illustri e importanti, per finire di costruire il fenomeno. La Bordeaux d’Italia, la patria – beh, una delle patrie – dei Supertuscans nati come omaggi alle mode internazionali e poi partiti con un proprio percorso, una propria identità, una propria riconoscibilità fino a diventare “vini di terroir”, espressioni autentiche di territorio. In principio fu dunque il Sassicaia. La prima bottiglia vide la luce nel Sessantotto: quando il mondo cambiava a rivoltare valori in nome di una più ampia partecipazione, la Toscana del vino, lungo il tracciato della via Bolgherese, si apprestava a vivere la sua più straordinaria rivoluzione, forse al contrario, forse in direzione elitaria, potrebbe suggerire qualcuno se ci si arresta al solo livello del prezzo a bottiglia.

In realtà rivoluzione anch’essa democratica, per l’apertura di nuovi orizzonti e tanto nuove frontiere. In quarant’anni, Bolgheri e il suo territorio, e la via Bolgherese comestraordinaria “via Tornabuoni” del vino (ma non solo), hanno vissuto un mutamento epocale, da quando a chi passava in auto o in moto o in bici lungo la vecchia Aurelia si proponeva un paesaggio monotono, i campi di grano o poco altro e le vigne con quel cartello che si ripeteva all’infinito, qui si produce l’uva per i rosé Antinori, che negli anni Settanta andavano ancora tanto di moda. Panorama di povertà, di bracciantato, di agricoltura sfiancante ma poco soddisfacente. Poi, lungo la via Bolgherese, sono nate le storie.

Belle, liete, di famiglie nate e cresciute in case che sono rinate, ruderi che hanno ritrovato vivacità con il ripopolamento dei vigneti. Belle e tristi come quella di Eugenio e Cinzia, podere Le Macchiole: il grande entusiasmo di un uomo che ci ha creduto subito, che ci ha investito gli anni migliori dell’esistenza, un uomo strappato via troppo presto, una piccola grande donna che ha macerato il dolore per la perdita nella continuità, e che in mezzo a mille insidie si è fatta protagonista della continuità. E le stagioni dei grandi ritorni, Ludovico e Piero Antinori che tornano a condividere, insieme, la guida di un’azienda. E, ovviamente, la storia dei grandi successi, anch’essa costellata di vicende tanto diverse, ecco il Sassicaia e la Tenuta San Guido sempre nelle salde mani della stessa famiglia, ecco Ornellaia che, attraverso il passaggio americano di Mondavi, è transitata da Antinori a Frescobaldi, colossi anche nella storia della viticoltura toscana e mondiale. Ma Antinori non ha lasciato Bolghereaux, Guado al Tasso è una realtà grande e prosperosa.

Ed è arrivato Angelo Gaja, e sono arrivati i Folonari con Campo al Mare, e Meletti Cavallari, e Antonio Moretti. Accanto a chi c’era: Michele Satta, Enrico Santini e tanti altri, storie che si riassumono in breve, come al solito, nella concettuosa aridità dei numeri: 1.154 ettari di vigne oggi dai 250 di fine anni Novanta, quattro volte tanto in appena una dozzina d’anni, una cinquantina di aziende, di cui 36 associate – e ci sono i nomi più belli – al Consorzio Bolgheri doc. E via Bolgherese assiste con i suoi sorrisi a questo successo. Sorrisi fatti di vigne e oliveti, di bei cancelli e grandi case, di cantine e fattorie, di prati e di boschi. Per assaporarla in tutta la sua dolcezza, vale percorrerla a pedali, se non a piedi: dal bivio dove parte la salita verso Castagneto, direzione nord. Costeggi case e campi, ascolti suoni di vita quotidiana, t’inondano i mille profumi, se soffia un minimo di maestrale ti arriva quello supremo del mare, la brezza che – insieme a una spettacolare luminosità – dà la linfa a questi terreni. Verso Bolgheri entri nel bosco, e cambiano i suoi e le luci e i profumi ma non la dolcezza di fondo; ecco i “cipressetti”, svolti a sinistra e raggiungi il borgo, oppure ritrovi la linea spezzata e vai verso Bibbona, e curve e saliscendi, e case e campi. E la macchia della Magona. Ed è tutto un altro mondo. E’ la Bolgherese, dove si dà del “tu” alla storia.  

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