Beppe Fiorello a Firenze

Beppe Fiorello a Firenze
Interviews
24Febbraio2014
Federica Damiani

Aspettando il suo spettacolo al Teatro Verdi, alcuni estratti dell' esclusiva intervista rilasciataci nel 2010

Il 27 febbraio, al Teatro Verdi di Firenze, arriva il camaleontico Beppe Fiorello con lo spettacolo che sta facendo sold out in tutti i teatri italiani, "Penso che un sogno così". Noi pubblichiamo qui un'esclusiva intervista rilasciataci nel novembre del 2010 e pubblicata sul nostro Fonteverde Magazine.

Giuseppe Fiorello nasce a Catania ma si trasferisce e cresce ad Augusta in provincia di Siracusa. Ha un’intensa e rara energia mentre parla. Lo fa con serietà. Ti prende per mano e ti porta nei suoi ragionamenti. Ti racconta. Non si risparmia. Dice che il pubblico italiano si fida di lui, e guai a tradirlo e credo che sia proprio così. Dopo solo un’ora di chiacchiere si ha la netta sensazione che sia uno di cui ci si può fidare. Si è sposato qualche anno fa con Eleonora Pratelli, sua fidanzata il termine compagna non l’ha mai tollerato da 17 anni. C’è un aneddoto divertente sul loro primo incontro, avvenuto per lavoro. Lui l’ha vista di spalle. Si è innamorato a prima vista dei suoi fianchi. Ha immediatamente pensato che sarebbe stata la madre perfetta per i loro figli, ancor prima di vederla in volto. E così è stato. Iniziamo l’intervista parlando del loro matrimonio. E' stato come sposarsi in quattro. Eravamo io ed Eleonora. Insieme ad Anita e Nicola. I nostri figli 7 e 5 anni. Pensa che bello poter ricordare un giorno il matrimonio dei tuoi genitori.

Sarà un ricordo indelebile nella loro memoria…
Beh sì…e a chi capita di dire c’ero anche io? Per loro è stato come coronare il sogno del principe e della principessa. Hanno assistito ai preparativi, alla scelta degli abiti, la festa con gli amici… è stato un evento che li ha toccati profondamente

Senti di vivere un momento di maturità nella tua vita privata e professionale?
Il matrimonio è arrivato dopo 13 anni di convivenza. Eravamo decisi. Ho vissuto questo passo con meno ansie, meno ingenuità. Anche nella sfera professionale mi sento più sicuro. Oggi sono più mestierante, conosco i tempi, le tecniche, mi misuro nella recitazione. Ai tempi de L’ultimo Capodanno di Marco Risi (suo primo film) ero senza esperienza. Mi sono tanto divertito sul set ma è stato, per me, un salto nel buio. Ovviamente il cuore e la passione sono rimasti gli stessi. Quando scelgo un film decido in base alla sceneggiatura. Mi chiedo sempre se io lo vorrei vedere quel film. Non ho mai girato un film o una fiction senza convinzione e spero che questo il pubblico lo senta.

Allora oggi ti senti completo, arrivato?
No, per carità. C’è ancora tanto da fare, da scoprire. Se posso essere sincero, a me piace molto, in alcuni momenti, scivolare nell’insicurezza. Sono i periodi in cui nascono le cose più belle. Proprio quando dovrei gioire appieno dei successi non lo faccio. Perché credo che la vita ti chieda sempre indietro qualcosa, una sorta di compensazione. E anche se rischio di godere a metà, preferisco mantenere i piedi per terra. Però non posso non riconoscere che questo è un momento bellissimo della mia vita.

Hai interpretato molti personaggi, tutti cari al grande pubblico. Ce n’è uno in particolare che porti nel cuore?
Ce ne sono molti ma se proprio devo sceglierne uno direi Pietro Campagna, il fratello di Graziella che, negli anni ’80, fu uccisa dalla mafia. Il film, per Rai 1, si chiamava, La vita rubata. Ci furono molte polemiche, censure e discussioni sulla messa in onda della prima puntata. Solo io, insieme al regista al produttore, alla famiglia Campagna e alla Rai tenemmo duro e nessuno di quelli che oggi urla allo scandalo se un programma di satira non va in onda mosse un dito o si indignò. Fece 7 milioni di telespettatori e dopo poco furono processati i due assassini di Graziella e condannati all’ergastolo. Questo per me significa fare vero servizio pubblico,e anche senso civico del mio lavoro. Ne vado orgoglioso. Come ho detto, io scelgo di fare o non fare un film in base al tema che sviluppa, per questo penso di non aver mai tradito il pubblico. Certo, i film possono essere tecnicamente buoni oppure no ma le tematiche devono sempre essere interessanti. Prendiamo ad esempio Il Sorteggio (al momento dell’intervista non è ancora andato in onda). si tratta di una storia sulle angosce e le ansie che ogni cittadino viveva durante gli anni ’70, i cosiddetti anni di piombo per la regia di Giacomo Campiotti. Non c’è un giudizio politico sugli eventi ma è solo una storia di un uomo qualunque che viene sorteggiato come giurato popolare al primo grande processo alle BR, scritta e interpretata con la volontà di evidenziare la paura umana e l’impegno civile. Perché non ci dimentichiamo che tutti i cittadini hanno anche doveri nei confronti dello Stato, non solo diritti. Indipendentemente da quali saranno i risultati degli ascolti, sono molto fiero di aver scoperto, proposto e girato questo film con la RAI.

Nei tuoi lavori si notano anche cambiamenti fisici. Hai una capacità naturale nel saperti trasformare?
Credo che uno degli strumenti più importanti per un attore sia il proprio corpo. Deve essere integro, non possiamo permetterci nessun problema fisico. è necessario saperlo plasmare, modificare, dobbiamo essere degli atleti. Per questo curo moltissimo il mio fisico con training di palestra e sedute da un fidatissimo osteopata e chiaramente una buona alimentazione anche se trovo giusto e divertente lasciarsi andare anche ad un buon bicchiere di vino quando la situazione lo permette. Amo invece le Spa perché mi permettono di curare anche la psiche. La memoria, la calma e l’equilibrio sono fondamentali. Fare un bagno nella piscina termale di Fonteverde poi, di fronte a quel panorama sconfinato è come vivere un sogno.  

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