Il premio Oscar Paolo Sorrentino si racconta

Il premio Oscar Paolo Sorrentino si racconta
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03Marzo2014

il nostro incontro con il regista premio oscar de La grande bellezza

“L’emozione più grande? Quando il primo giorno, sul set, ho visto arrivare Sean Penn”.

Paolo Sorrentino non lo nasconde, che lavorare con un attore come Sean Penn non è una cosa come le altre. Che questa è la grande occasione della sua vita. Anche se già, con i suoi film, è arrivato al Gran premio della giuria di Cannes – con “Il divo” – e con i suoi libri è arrivato a ottenere un successo anche da autore letterario.

Ma un film con Sean Penn, girato in America, è un’altra cosa. Incontriamo Paolo Sorrentino a Cannes, alla presentazione in prima mondiale del suo “This Must Be the Place”. Un film pieno di musica, di luce e di strada. Con uno Sean Penn che non ti aspetti. Occhi truccati, parruccona nera, rossetto, voce flebile, a metà fra Truman Capote e Boy George.

Sean Penn è Cheyenne, rockstar del passato, chiaramente ispirata a Robert Smith dei Cure. “Da ragazzo avevo visto i Cure in concerto diverse volte”, racconta Sorrentino. “Poi, tre anni fa, ci sono tornato e ho visto Robert Smith, ormai cinquantenne, con lo stesso, immutabile look di quando aveva vent’anni.

E’ stato impressionante, in senso buono. Vedendolo da vicino, mentre attraversava il backstage, ho compreso quanto può essere bella e commovente la contraddizione nell’essere umano. Un cinquantenne immerso in un look che si addice per definizione ad un adolescente. E non c’era niente di patetico. Tutto è partito da lì”.
“Quando lo incontrai, due anni fa, a Cannes, lui era il presidente della giuria che mi aveva premiato. 

Mi disse: complimenti. Non è che hai qualcosa anche per me? Forse scherzava. Ma io lo presi sul serio, e mi misi a scrivere come un matto un soggetto per lui. Due settimane dopo lo chiamavo e gli presentavo un primo abbozzo di una storia”.

Proprio a Cannes, ma 2011, Sean Penn ha rinnovato i complimenti al suo italian friend. “Quel regista ha un tocco magico, riesce a rendere memorabile tutto quello che gira”, dice. “Era lui a suonare il pianoforte, io mi limitavo a girare le pagine”. “Invece non è vero, ha inventato molte cose lui”, dice di rimando Sorrentino. “La camminata del suo personaggio è un’invenzione che non c’era in sceneggiatura.

Così strana, così desolata. Invece, quel modo di parlare lentamente, come se ogni parola gli uscisse dalla bocca con una difficoltà infinita, l’abbiamo scritta in sceneggiatura”. Sorrentino è un napoletano doc. E’ cresciuto, cinematograficamente parlando, insieme all’amico Nicola Giuliano, che è diventato uno dei produttori indipendenti più importanti del cinema italiano, e il produttore di tutti i suoi film.

“Questo è il mio primo film ‘on the road’. Ho un grande amore per il viaggio e per gli Stati Uniti: così non è stato difficile pensare a un film di viaggio da girare lì. Avevo una specie di eccitazione infantile per un mondo tutto nuovo, per me. Volevo filmare tutto”.

E se gli chiedono se lui, Paolo Sorrentino, abbia trovato il posto suo, quello per cui dire “This Must Be tthe Place”, nel panorama del cinema mondiale, risponde: “Ma no, io ho ambizioni piccole. E poi da poco ho scritto un libro: se mi va male col cinema, un editore bene o male lo troverò”. Ama l’understatement, Sorrentino.

Quando gli chiedi: ma che effetto fa, girare con una grande produzione, negli Stati Uniti? “Me ne accorgevo solo la mattina: sul set c’erano più camion”, risponde. E con l’inglese, come ha fatto? “Quello del regista è un mestiere in cui ti fanno tante domande, molte delle quali inutili. Non padroneggiare la lingua in fondo mi ha aiutato” 

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