L’emozione corre sul filo della danza

L’emozione corre sul filo della danza
Interviews
09Aprile2008
Teresa Favi photo Alessio Buccafusca

Vladimir Derevianko. Si apre un nuovo capitolo del Maggio Musicale Fiorentino

 Durante e Derevianko

Lo incontriamo nel suo ufficio del Teatro Comunale, dopo aver attraversato il corpo del complesso edificio trafiggendolo per un corridoio interminabile. Un momento prima dell’incontro ci invitano a dare uno sguardo nella sala prove. La compagnia sta lavorando allo spettacolo che aprirà il capitolo Derevianko a Firenze. Due ballerini legano e sciolgono un duetto sulle note di Bach. Corpi flessuosi, pelli marmoree, movimenti metafisici, tempi senza tempo, levità di ferro. Appena fuori un trio di danzatori che discute, spicca per la diversità del look più che dei modi: kangool inforcato fin sugli occhi, canottiere-muratore, sciarponi e pantaloni cargo. “Sono i breakdancers che in questo spettacolo balleranno insieme alla compagnia”, spiega la nostra guida.
Arriva il Maestro. E’ nato in Siberia, è maturato a Mosca, è diventato uomo in Germania: se il balletto di Dresda oggi è considerato una delle più importanti compagnie europee il merito è da attribuire alla visione di questo grandissimo ballerino, etoile del Bolshoi, la cui dote principale è fuori e sul palcoscenico, il possedere una straordinaria personalità artistica.
Il suo motto: danzare molto, cioè produrre molti spettacoli, e costruire un repertorio.
Parla un italiano perfetto di cui conosce le sfumature più sofisticate che utilizza per esprimere, con ritmo lento e compassato, pensieri provenienti da un mondo interiore allenato alla valutazione dopo l’azione. Ha una moglie romana e due bambini.
“Per tutto l’inverno – spiega Vladimir Derevianko approdato a Firenze da alcuni mesi per dirigere il corpo di danza del Maggio – ho lasciato invariato il programma del mio predecessore. Quello che la compagnia sta provando è dunque il mio primo vero spettacolo a Firenze. Un esperimento culturale: cosa succede se la danza classica e la musica classica per eccellenza, e quindi Bach, incontrano la break dance e il suo sound? Scambio di ruoli, contaminazione”. “Qui – continua Derevianko - abbiamo per il momento possibilità modeste. Per spazi e finanziamenti. Gli spettacoli di danza vengono allestiti al Teatro Goldoni, che è un bel teatro, però non adatto al balletto. Ma visto che ce l’abbiamo, non possiamo permetterci di rifiutare. E quindi ho pensato a uno spettacolo che tenga conto della tipologia dello spazio e che al tempo stesso possa solleticare l’interesse del pubblico. Vorrei dare vita a una performance allettante e meno abituale”.
E’ con questa sensibilità che affronterà il programma della prossima stagione invernale?
Punteremo sulla qualità e su un timbro molto eclettico. A cavallo tra danza contemporanea e repertorio classico.
Tra classico e contemporaneo, lei quale repertorio predilige?
E’ molto importante riproporre i grandi classici, sono la nostra cultura, la nostra storia. Ma le versioni originali richiedono qualità tecniche così ardite che oggi solo il Bolshoi, il corpo di ballo di San Pietroburgo e forse, ma non ne sarei del tutto sicuro, il balletto dell’Opera di Parigi sono in grado di possedere. E anche in questo caso l’aspetto drammaturgico non sempre mi convince: troppi divertissement, troppe pantomime che rallentano il fluire dell’azione. Preferisco i classici rivisitati dai grandi coreografi: bisogna riprodurre l’emozione non i passi, niente è eterno tranne poche eccezioni. La stagione 2008-2009 vedrà così in scena uno Schiaccianoci di Polyakov, un mio Don Chisciotte, un Petruska e Un Uccello di Fuoco. Ma ancora prima, dal 16 al 19 di giugno, siamo nel cartellone del 71° Festival del Maggio Musicale Fiorentino con una Bella Addormentata per la coreografia di Goyo Montero, una prima assoluta in Italia.
Direttore, le manca la Russia?
No, perché mi porto dentro la cultura russa. In verità mi sento un cittadino del mondo. Qualche volta ho nostalgia delle persone, ma non dei luoghi. Anche se la Russia è un paese inconfessabilmente affascinate. Un paese di gente estrema. Mosca è una città di conquista, di orgoglio e di ambizione dove il meglio e il migliore devono trovare il suo posto. Nel mio periodo sovietico al Bolshoi arrivavi solo se eri molto bravo o se eri molto legato alla politica. Oggi la politica non conta più niente: è stata sostituita dal denaro. I russi sono un popolo estremo perché non hanno mai avuto la cultura della libertà: che non è fare quello che voglio ma scegliere ciò che è più appropriato per me.
E lei da buon russo è ambizioso?
Lo sono stato. Ma sono anche cambiato molto negli anni.
Maestro, cosa le piace di Firenze?
Gli Uffizi. Dal 1982. E’ stato l’anno in cui ho messo piede per la prima volta in Italia. All’epoca facevo ancora parte del Bolshoi, eravamo in tournée con Romeo e Giulietta di Grigorovithc, io ero Mercuzio. In quell’occasione la grande Galina Ulanova (la mia maestra a Mosca ) mi condusse a visitare gli Uffizi. Conoscevo bene le opere contenute nel vostro museo, le avevo studiate accuratamente in accademia. Trovarmele così a pochi centimetri di distanza, avere la possibilità quasi di toccarle, mi tolse il respiro. Unbreathing, si dice in inglese. Questo è l’effetto che conservo. Senza fiato.
Che idea si è fatta di questa città?
Mi sembra una città dove tutto è pronto per ripartire. Una città che sta solo aspettando un catalizzatore che inneschi una reazione chimica.
I suoi propositi per questo nuovo incarico?
Dare. Dare il mio bagaglio. Senza nessuna pretesa. Ho basato il mio lavoro e la mia vita ad imparare a non volere per gli altri. Il direttore è una figura che deve stimolare, trainare, muovere energie. Questo è il vero dare. Quando ho iniziato a dirigere, a 34 anni, ero molto diverso. Modi più bruschi. Non sapevo aspettare. Con il tempo, rompendomi anche la testa, ho imparato a non pretendere. Adesso non pretendo più da nessuno, neanche dai miei figli. Mi preoccupo solo di fare il possibile per indirizzare con flessibilità. 

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