Patty Smith il 26 luglio 2013 a Prato

Patty Smith  il 26 luglio 2013 a Prato
Interviews
06Luglio2013
Francesca Lombardi

Il nostro incontro con la sacerdotessa rivoluzionaria dall’anima rock

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E’ una sciamana dolce quando entra nella stanza della conferenza. Affascinante, con la T-shirt sdrucita che parla di rock e la giacca nera da intellighenzia newyorkese. Affascinante soprattutto per quella faccia spigolosa da eroina post punk, che ora si apre volentieri a luminosi sorrisi. Patti Smith, icona di un’ epoca di ideali come la libertà e l’affermazione del sè, ha mantenuto intatto lo charme da sacerdotessa rivoluzionaria. Ma adesso la animano valori nuovi e una diversa consapevolezza:

“A trent’anni dal concerto di Firenze sono cambiata, e spero migliorata. L’ultima volta in Italia sono venuta con mio figlio Jackson. Oggi sono qui con mia figlia Jesse: Firenze, il Rinascimento, spero la facciano fiorire musicalmente. Un po’ come fu per me allora e come è stato per Jackson durante il tour che abbiamo fatto insieme” dice, mentre cerca di far partire la polaroid d’epoca, con la quale racconta sempre i suoi appunti di viaggio.

Patti Smith torna in Italia per una serie di nuovi ed imperdibili concerti estivi in splendide e suggestive venues, a Prato in Piazza Duomo il 26 luglio

Robert Mapplethorpe. In cosa era speciale il vostro legame, se vuole parlarne?

Robert aveva una grande passione per Michelangelo, ne amava la fatica nel creare e la ricerca della perfezione. Mapplethorpe è colui che più di tutti ha catturato la mia essenza nei suoi scatti. Questo è il frutto del rapporto profondo che ci ha uniti.
 

10 settembre ’79: a Firenze un concerto trionfale. Cosa ricorda di quel momento e della città di allora?

Non lo dimenticherò mai. Ancora oggi, quando salgo su un palco, la mia mente torna a quella sensazione entusiasmante, a quell’abbraccio di migliaia di persone che erano lì per me. Ogni volta che sono qui a Firenze e passo da Santa Maria Novella non resisto alla tentazione di girarmi verso la finestra della camera dell’Hotel Minerva che mi ospitò durante quei giorni fantastici.
 

Ha vissuto gli anni della contestazione a New York, con i grandi maledetti del rock, da Bob Dylan a Janis Joplin. Gli anni di Woodstock…

Ero troppo giovane e senza soldi per andare a Woodstock.Ricordo solo le immagini che scorrevano alla tv del Chelsea Hotel. La mia Woodstock è stata Firenze. Perché Woodstock non è un luogo: è stata la forza di persone che erano lì in nome di ideali comuni. Woodstock è il rock che diventa comunicazione di se stessi e di libertà. E io tutto questo l’ho provato nella vostra città.

L’anima da pasionaria si risveglia a questi ricordi. Lo dicono gli occhi, adesso di nuovo luminosi e rivoluzionari. Come allora. Lo raccontano quelle mani lunghissime, che afferrano lo sguardo dello spettatore e lo trascinano in un vortice leggermente perverso. Maudit, come lo erano Allen Ginsberg, William Burroughts e Jim Morrison, suoi compagni di viaggio nella vita. Maudit come Rimbaud, che lei ama da sempre: “perché è stato il primo poeta punk e la sua poesia è una strenua difesa all’infanzia. E io non sono mai cresciuta in fondo”

Prende la macchina e fa una foto al fotografo che la sta ritraendo. Ride. Come nelle immagini che la ritraggono al Chelsea Hotel, molti anni fa. Ma oggi, dopo tante lotte e tanto dolore, è davvero più dolce e serena di allora. 

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