Ironic ensemble

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Interviews
15Aprile2009
Francesca Lombardi

Vis à vis con Stefano Bollani, il musicista che il mondo ci invidia

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Dategli un piano e sarà poesia. Pura, intensa, netta come una freccia che arriva allo stomaco. Perché Stefano Bollani quando suona è elettricità. Energia primordiale con la raffinatezza della tecnica. Agli esordi come oggi, che è considerato il jazzista italiano del momento. La popolarità è arrivata, piena e potente, la scorsa estate con i duemila spettatori all’Arena Civica di Milano, tappa della sua tournée Carioca insieme a 5 musicisti brasiliani. Un grande successo per un paese ancora un po’ acerbo in fatto di jazz, dove questo tipo di musica è arrivato solo dopo la caduta del fascismo e dei suoi divieti sulla musica americana. La prossima estate sarà ancora in tour con il gruppo brasiliano e suonerà, a Umbria Jazz e durante altre due serate, con il grande Cico Riva. Vederlo sul palco vuol dire resettare qualunque stereotipo che avete sul jazz contemporaneo: Stefano, capelli ribelli e scomposti e faccia da guascone buono, ha uno stile assolutamente personale. E soprattutto quando suona si diverte da morire: si alza e si muove, come se la musica lo attravesasse. Balla, quasi sorride, mentre le mani si rincorrono sui tasti. E’ l’entusiasmo innato che lo fa assomigliare ai musicisti dell’età d’oro del jazz, quando Ella Fitzgerald cantava e rideva sul palco con Duke Ellington.Vero fuoriserie da un lato, Bollani conserva una semplicità assoluta nella vita, il savoire vivre ironico di quando abitava tra Prato e Firenze e suonava con gli amici Bobo Rondelli e Massimo Altomare o si prestava a incursioni nella musica pop con le nascenti stelle toscane, da Irene Grandi a Raf.
Sei arrivato a Firenze da bambino, cosa ricordi di quel periodo?
Uno stravolgimento totale. Sono arrivato qui a dodici anni, facevo la seconda media. Fino a quel momento, pur essendo nato a Milano, avevo abitato ad Alba, poco più di un paesotto. Firenze ha rappresentato il primo passo verso l’età adulta.
Quando è nata la passione per la musica e per il piano?
Credo da sempre. Non ho memoria di non aver suonato il pianoforte nella vita: del resto ho iniziato a prendere lezioni a 6 anni, e prima di quell’età i ricordi sono per tutti abbastanza nebulosi.
Chi sono stati i tuoi maestri?
La prima, la professoressa Bartocci di Alba, è stata forse la più importante, perchè puoi avere tutta la passione del mondo ma se capiti nelle mani sbagliate la tua strada cambierà inevitabilmente corso. Al conservatorio ho avuto l’insegnante accademico per eccellenza, che mi dava del lei e mi faceva lezioni fiume. Severissimo. Intanto prendevo lezioni di jazz da Luca Flores e da Mauro Grossi e iniziavo a suonare nei locali dal vivo. Intorno ai 15 anni viaggiavo su un duplice binario: bravo bambino di giorno, musicista di sera.
Le tue icone, i grandi musicisti che hanno influenzato il tuo percorso personale?
Charlie Parker forse più di tutti mi ha fatto scegliere il jazz. Non so esattamente dire perché: ho ascoltato una cassetta a dodici anni ed era un torrente di note in piena. Forse è stato il suo virtuosismo a impressionarmi. Che a quell’età ti tocca più della poesia e della dolcezza.
A cosa pensi quando improvvisi? Che tipo di procedimento ti scatta nella mente?
E’ esattamente come parlare: conosci un linguaggio e il suo vocabolario. Quando sali sul palco con il pianoforte racconti una storia di cui hai pensato solo l’inizio. Ma le regole grammaticali esistono. Un po’ come quando racconti una favola inventata a tuo figlio prima di dormire.
Cosa ti hanno lasciato gli anni a Firenze quando sperimentavi le contaminazioni tra jazz e musica pop?
Suonavo finalmente con coetanei, tutti ventenni con una grande passione. A livello personale è stato importante soprattutto il rapporto umano. Sul piano musicale abbiamo imparato insieme che la musica è o bella o brutta e i generi musicali non sono distinzioni fondamentali. Questo mancava alla generazione precedente.
Sul palco sei una esplosione di energia, dove la trovi?
In realtà è il palco che mi dà l’energia per affrontare il resto della giornata. La vita del musicista, al contrario di quello che si può pensare non è una vita creativa e trascorri la maggior parte del tempo in macchina, in treno o in aereo. Spesso sopporto tutto questo pensando che la sera faro un concerto. Ho energia sul palco perché sono felice di essere lì.
Ti pesa questo tipo di vita?
Non potrei fare altro
Scegli un posto e un’epoca del passato dove avresti voluto essere.
Ne ho almeno due: l’America degli anni’50, perché c’erano tutti i miei miti, da Charlie Parker a Miles Davis. E la Parigi degli anni ’20. Farei comunque una scelta per motivi culturali.
Cosa ti piace di più di te e cosa vorresti cambiare?
Mi piace l’entusiasmo, per certi tratti ancora fanciullesco, che mi permette di continuare a mettermi alla prova. Cosa non mi piace? ..Su due piedi non lo so.
Tipico di chi è entusiasta…
Ti ringrazio ma è tipico di chi è un po’ egocentrico E io lo sono abbastanza.
Se non fossi diventato musicista, saresti..?
Per la strada. Non so fare altro: ho una abilità manuale ridicola e per un lavoro di concetto faccio fatica a restare nei binari.
Un altro dono di natura che vorresti avere?
Forse scrivere. Sono un grande lettore e vedo la differenza tra ciò che scrivo io e quello che leggo. E poi vorrei sapere anche dipingere.
Tutto quindi. In omaggio al tuo egocentrismo. Qual è, invece, la critica che ti ha fatto più male?
Un giornalista del Manifesto scrisse che il mio spettacolo era partito bene ma poi era virato su un populismo di stampo berlusconiano. Il problema non me lo creava tanto il “berlusconiano”, ma il fatto che qualcuno potesse aver pensato che quello che faccio sul palco, anche di strano o di buffo, lo faccio per compiacere il pubblico. Non è il personaggio che mi sono costruito, sono così fin da bambino. 

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