Le 28 statue del Cortile degli Uffizi
Scopriamo meglio le statue che celebrano i protagonisti della storia toscana
Giorgio Vasari, incaricato nel 1559 da Cosimo I di realizzare un edificio che aggregasse tutte le arti e al tempo stesso le distinguesse, fece un capolavoro che oggi simboleggia Firenze al pari della Cupola. Tra l’altro si doveva risanare un’area malfamata e insalubre quale la Baldracca, incuneandosi in uno spazio esiguo e per di più anche sulla riva instabile del fiume.
Ed ecco che il geniale aretino, sulle orme del più illustre architetto del tempo Jacopo Sansovino, attivo nella fragile laguna veaneta, s’inventò quella corsa di colonne, luminose, leggere, aeree: colonnato al piano terra e loggiato aperto al secondo (che poi Francesco I farà chiudere dal Buontalenti). Per Firenze quella trina lieve alla veneziana era una novità e rimase un unicum. La stretta ‘U’ lavorata a calce bianca e pietra serena non solo era alleggerita con le colonne, ma i loggiati, al piano terra, erano ulteriormente resi più lievi da ventotto nicchie destinate quasi sicuramente a ospitare un ciclo scultoreo alla maniera greco-romana.
Per scoprire la nostra guida sugli Uffizi, clicca qui!
Tra il 1842 e il 1856, nelle nicchie dei pilastri esterni alla Galleria furono collocate 28 statue in marmo raffiguranti illustri personaggi toscani dal Medioevo al XIX secolo
Tra il 1842 e il 1856, nelle nicchie dei pilastri esterni alla Galleria furono collocate 28 statue in marmo raffiguranti illustri personaggi toscani dal Medioevo al XIX secoloA conferma c’è il coronamento, sulla grande Serliana sull’Arno, delle statue con l’Equità e il Rigore che Ignazio Danti realizzò ispirandosi alla Sagrestia Nuova di Michelangelo e con un Cosimo I vestito come l’imperatore Augusto ma che il figlio Francesco sostituì subito con una scultura del Giambologna con Cosimo vestito come un semplice cavaliere cinquecentesco.
Così il gran progetto, che avrebbe dovuto ripetere la serie gioviana tanto cara a Cosimo I, rimase in un cassetto, fin quando, nel 1834 il tipografo Vincenzo Batelli non pensò di dare finalmente voce a quei loculi ciechi e muti. L’idea piacque al granduca Leopoldo II che contribuirà, con la moglie Maria Antonia, donando alcune delle statue che verranno realizzate e che rappresentano anche l’ultima, grande opera granducale fiorentina.
Ma fu anche un intervento a cui parteciperanno tutti i fiorentini, un po’ come avevano fatto gli antichi avi a fine ‘200 con la cattedrale. Le statue, che andavano fatte in marmo, costavano troppo anche per il granduca. Così si dette vita a una sottoscrizione e poi ancora a varie lotterie a mo’ di tombolate pubbliche che per alcuni anni si terranno, rigorosamente nel giorno dai San Giovanni, sotto il loggiato degli Uffizi. E, come al solito, pur con varie interruzioni e perfino con un’epidemia di colera, l’ambizioso progetto vide la luce prima che si spegnessero quelle sulla dinastia dei Lorena.
E l’idea fu quella di rappresentare un parterre di uomini illustri, che nei secoli avevano fatto grande la Toscana. Fu un caso che di lì a pochi anni, il nascente stato italiano, ritrovasse proprio in quei personaggi le radici fondanti dell’unità nazionale. Ma per i fiorentini non rappresentavano lo spirito risorgimentale che avrebbero assunto in seguito. La borghesia si sentiva già libera e comunque fiera dei suoi illustri avi. E così anche il popolo, al solito criticone che parteciperà però entusiasta all’iniziativa.
Cortile degli UffiziUomini illustri… Ma come farli re tutti in sole 28 nicchie? Ecco che l’apposita commissione sarà categorica: niente statue a chi ne ha già una.
Così sia Arnolfo che Brunelleschi, che erano stati collocati davanti al Duomo, vengono subito scartati. Artisti, letterati, scienziati… la crème de la crème del Gotha toscano. Ridotto all’osso però. Infatti sotto la mannaia finisce anche Vasari a cui viene dedicato solo un busto. Una squadra con i più famosi (ma non solo) artisti del tempo fu creata per realizzare le sculture che, alla fine, come è facile immaginare, subirono più critiche che plausi.
E senza esclusioni di colpi.
Così Sant’Antonino sembrava addormentato, Giotto, benché donato da Maria Antonia troppo realistico, ancorché portassero la firma di Giovanni Dupré: Dantetroppo dimesso.
E per Guicciardini l’artista incaricato si rifiutò perfino di farlo perché riteneva lo storico un malvagio. Piacquero invece il Machiavelli di Lorenzo Bartolini dall’espressione intensa, il Nicola Pisano aprì le porte del successo a un giovanissimo Pio Fedi che il granduca aveva scelto tra gli allievi dell’Accademia, mentre dopo aver scolpito il Pier Capponi Torello Bacci abbandonerà la carriera artistica.
Tra il 1842 e il 1856, nelle nicchie dei pilastri esterni alla Galleria furono collocate 28 statue in marmo raffiguranti illustri personaggi toscani dal Medioevo al XIX secoloSi comincia così dal lato lungo su via della Ninna con Cosimo il Vecchio, l’unico a non avere attributi e Lorenzo il Magnifico seguiti dall’Orcagna intento a guardare la sua preziosa Loggia. E poi si prosegue con Nicola Pisano, Giotto col campanile e Donatello rappresentato con un San Giovannino ma che oggi è attribuito a Desiderio, Leon Battista Alberti col disegno di Santa Maria Novella quindi Leonardo costretto per l’eternità a stare accanto a Michelangelo e quindi Dante, Petrarca, Boccaccio e Machiavelli di un sempre più apprezzato Lorenzo Bartolini.
Sotto la Serliana Amerigo Vespucci, scolpito da Gaetano Grazzini (autore anche di Lorenzo il Magnifico) e pagato dal collega Enrico Danti e Galileo di Aristodemo Costoli dall’altra, donato questo dal granduca Leopoldo. Nelle quattro nicchie verso l’Arno eroi della patria militari e politici: Francesco Ferrucci, Giovanni dalle Bande Nere, Pier Capponi e Farinata degli Uberti.
Si ritorna dunque sul lato ovest con personaggi meno famosi ma legati alle scienze, come Francesco Redi, che confutò la teoria dell’evoluzione spontanea delle specie, il botanico Pier Antonio Micheli, l’ematologo Andrea Cisalpino fino all’arcivescovo Sant’Antonino e al giurista medievale Accorso. Nome questo abbastanza sconosciuto che fu tuttavia pagato da un gruppo di cinquanta cittadini e infine Benvenuto Cellini di Ulisse Cambi che chiude, con il suo Perseo in bronzo la serie sul lato della vecchia Zecca.