Alberto Tomba, intervista al campione dello sci italiano in vista delle Olimpiadi Milano Cortina 2026
Dai cinque podi olimpici al rapporto con la montagna, Alberto Tomba ripercorre una carriera che ha fatto la storia dello sport
Lo incontri e ti accoglie con quel sorriso che conosci da una vita: aperto, diretto, generoso quanto i suoi tracciati in campo libero. Alberto Tomba è tornato a raccontarsi in un nuovo libro – Lo slalom più lungo, Sperling & Kupfer –, e questa chiacchierata a Cortina – tra ricordi, emozioni e un filo di nostalgia buona – parte proprio da lì: da un campione che non ha mai smesso di restare ‘in pista’, nel cuore della gente. In fondo, passano gli anni, passano le mode, ma quando Tomba si muove si crea sempre quel capannello che gli impedisce perfino di camminare. È l’effetto che fa chi ha cambiato lo sport, e lo ha fatto con cuore, talento e un sorriso unico. Perché alla fine, diciamolo: Tomba è Tomba. E lo sarà per sempre.
Le sue esperienze olimpiche sono diventate leggenda. Come si vive, dall’interno, un percorso che porta a cinque medaglie ai Giochi?
Mettere insieme cinque medaglie olimpiche è la ricompensa più grande che ci sia. Delle mie discese ricordo tutto, ogni dettaglio. Calgary 1988 erano le mie prime Olimpiadi: ero giovane, determinato, e le chiamo ancora ‘le Olimpiadi della spensieratezza’. E lì è successa la magia: due ori, Gigante e Slalom. Hanno persino interrotto il Festival di Sanremo per trasmettere la mia gara! Quella doppietta è stata l’inizio di tutto. Poi è arrivata Albertville 1992: la conferma, l’onore di essere portabandiera, un altro oro in Gigante e l’argento nello Slalom. Infine Lillehammer 1994, con l’argento nello Slalom. Sono i ricordi più belli della mia carriera: momenti che non si cancellano più.
C’è un istante della sua carriera che ancora oggi la commuove?
Tanti. Ricordo la prima vittoria in Coppa, l’adrenalina che non ti fa dormire. E ricordo l’ultima: la cinquantesima, nel marzo 1998 a Crans-Montana. Quella è stata la chiusura del cerchio, un addio da campione. Poi i Mondiali: il bronzo del 1987 a Crans-Montana, i due ori a Sierra Nevada nel 1996, il bronzo a Sestriere nel 1997. E la Coppa del Mondo generale vinta a Bormio nel 1995… quello non è un risultato singolo: è la somma di tutte le vittorie, dei sacrifici, delle notti insonni, degli allenamenti massacranti. È una cosa che ti rimane dentro per sempre. E poi c’è la mia indimenticabile 3-Tre: una gara notturna, un’atmosfera elettrica, la pista Canalone Miramonti illuminata e migliaia di tifosi a pochi centimetri.
Che rapporto ha con Cortina?
Un legame fortissimo, ancora oggi. Mio padre comprò casa qui, e Cortina è stata la mia palestra: è qui che mi allenavo con il mio grande maestro Roberto Siorpaes. Ho ricordi meravigliosi legati a queste montagne. Tornarci è sempre un po’ come tornare a casa.
E con Milano? Che città è per lei?
La conosco poco, a dire la verità. Il mio rapporto con Milano è sempre stato legato al tragitto dalla Stazione Centrale alla sede della FISI. Però è proprio lì che tutto è cominciato davvero: sulla Montagnetta di San Siro. Il 23 dicembre 1984 ho vinto il Parallelo di Natale, una gara che per me è stata una svolta. Ho battuto tutti i grandi della Squadra A. Ricordo che il giorno dopo i giornali non misero il mio cognome nel titolo… forse era ‘scomodo’, chissà! Ma poi hanno capito che da quel nome non sarebbero più potuti scappare.
Che rapporto ha oggi con la montagna? Continua a sciare?
La montagna per me è ancora vita. Vado spesso alle gare, sia maschili che femminili, e non mancano mai i miei messaggi di incoraggiamento alla squadra. Oggi mi diverto a salire con le pelli: due ore per salire e due minuti per scendere. È un modo diverso di vivere la montagna, ma mi dà una libertà incredibile.
Se un regista trasformasse la sua carriera in un film, quale attore la dovrebbe interpretare?
Ma Sean Connery, naturalmente! Chi meglio di lui può fare lo 007… delle nevi?
Che cosa la fa sentire ancora ‘in pista’?
L’affetto delle persone, senza dubbio. Sono passati tanti anni da quel marzo del ’98 a Crans-Montana, quando ho fatto la mia ultima gara. Eppure l’affetto è rimasto lo stesso, forse è persino aumentato. Quando la gente mi ferma per strada, quando mi sorride, quando mi chiede una foto… quello mi rimette subito ‘in pista’. È la conferma più bella di tutte: che ciò che hai fatto ha lasciato un segno.