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Leonardo Pieraccioni

text Matteo Parigi Bini photo Leonardo Baldini

13 Luglio 2026

Leonardo Pieraccioni, trent’anni di risate made in Toscana

L’attore e regista fiorentino racconta il suo cinema, il successo de Il ciclone e il legame indissolubile con una terra che continua a essere la sua più grande fonte d’ispirazione

Fiorentino doc, Leonardo Pieraccioni è uno dei volti più amati della commedia italiana. Attore, regista e sceneggiatore, ha conquistato il pubblico fin dal suo primo film, I laureati, seguito solo un anno dopo da Il ciclone, vero fenomeno di costume e campione d’incassi – oltre 75 miliardi di vecchie lire al botteghino – entrato nella storia del cinema italiano. A trent’anni da quel film che ha fatto ridere e innamorare un’intera generazione, Pieraccioni continua a raccontare la Toscana con la sua inconfondibile ironia, lo sguardo affettuoso di chi la conosce da sempre e, soprattutto, con la voglia di divertirsi ancora.

Il Ciclone

Quando hai capito che il mondo dello spettacolo sarebbe diventato la tua strada?

Ricordo che già a cinque o sei anni, a Lido di Camaiore, mi buttavo in mezzo alle onde e facevo finta di essere un naufrago davanti a una cinepresa. Al cabaret ho cominciato a pensare a scuola, quando facevo ridere tutta la classe dando le risposte sbagliate apposta. Alle mie interrogazioni su I Promessi Sposi, con i bravi che arrivavano ogni due minuti, non resisteva neanche la professoressa, anche se poi non poteva esimersi dal darmi quattro.

Nel 1995 esce il tuo primo film da regista, I laureati. Come nasce il tuo approccio alla regia e alla sceneggiatura?

Sono un grandissimo fan di Francesco Nuti. Quando vidi Madonna che silenzio c’è stasera rimasi folgorato e da allora non mi sono mai perso un suo film. È così che mi sono avvicinato a Giovanni Veronesi, che scriveva molte delle sue sceneggiature. Il giorno che conobbi Francesco Nuti e gli dissi che anch’io scrivevo sceneggiature, mi rispose: “Guarda, io sto a Roma, torno a Narnali (piccolo paese vicino Firenze, ndr) solo a Natale, se vuoi, vieni a trovarmi”. Era una frase buttata lì, ma io a Natale mi presentai davvero a casa sua. Fu gentilissimo: si mise a leggere i miei soggetti e mi incoraggiò. La cosa che più mi spaventava, però, era la regia. Avevo girato tanti cortometraggi, ma un film con settanta persone sul set era tutta un’altra cosa. A convincermi fu Vittorio Cecchi Gori: “La commedia si fa con un’inquadratura larga e una stretta. E se gli attori sono bravi, il film è fatto”. Pensai: i soldi ce li mette lui... e mi buttai.

Quest’anno Il ciclone compie 30 anni: come è nato quel film diventato iconico?

Ero a Roma, parcheggiato con la macchina ancora accesa, e sotto il rumore della mia vecchia Volvo diesel, mi venne un’intuizione: immaginai un casolare con me, mio fratello, mia sorella e mio padre. A un certo punto sentiamo un gran frastuono nell’aia, usciamo e troviamo David Copperfield atterrato col paracadute. Poi capii: Copperfield rappresentava un elemento di rottura che sconvolgeva la vita di tutti. Da lì nacque l’idea delle cinque ballerine di flamenco. Solo molti anni dopo ho realizzato che stavo raccontando la mia infanzia. Il nostro casolare, dove ogni estate arrivavano cinque sorelle, figlie di un’amica di mia madre, tutte bellissime. Facevano impazzire me, i miei cugini e la figlia del guardacaccia, che abitava al piano superiore.

Il Ciclone

Ricordi la prima all’Ariston di Firenze? Che sensazione hai avuto?

Una sensazione eccezionale. Risero tutti, dall’inizio alla fine. Accanto a me c’era Roberto Cavalli, che aveva una gran voce e una risata altrettanto potente. Pensai che se tutti in Italia avessero riso anche solo la metà di Roberto, sarebbe stato un successo.

Come sei riuscito a far doppiare la voce del nonno Gino a Mario Monicelli?

Per me Monicelli, insieme a Dino Risi, è uno dei più grandi maestri di sempre. Quando gli proposi il film fece un po’ il vago. Quando poi però lo vide, mi disse: “Va bene, facciamolo”. Per me è stato come mostrare un quadro a Michelangelo e sentirsi dire che non era male. Un premio enorme.

Cosa chiede il Leonardo regista al Leonardo attore?

In realtà il lavoro lo fa prima il Leonardo sceneggiatore, per il Leonardo attore: non scrivo mai cose che non sento mie. Cerco sempre di mettermi in bocca battute che mi appartengano e che mi facciano sentire a mio agio. Poi il regista cerca solo di farmi apparire un po’ più bello di quello che sono.

A 17 anni partecipi a Un ciak per artisti domani, un programma presentato da Carlo Conti. Come andò il vostro primo incontro?

Se non sbaglio era il 1982. L’amico con cui ero andato non ebbe un grande successo e Carlo mi fece una presentazione che ancora oggi gli rinfaccio: “Hai un minuto di tempo per farci ridere”. Una frase che avrebbe gelato chiunque. Però quel minuto diventò quattro, poi cinque, poi sei.

Leonardo Pieraccioni, Carlo Conti, Giorgio Panariello, Massimo Ceccherini: qual è stato il vostro denominatore comune?

La voglia di divertirsi, di raccontare storie. Carlo lavorava in banca, Panariello in radio, io in magazzino e Ceccherini... diciamo che faceva le rapine in banca! Ovviamente scherzo. Facevamo spettacoli senza guadagnare praticamente nulla, ma ci divertivamo da matti. Era un investimento fatto per passione.

La Versilia è stata centrale nella tua carriera. Qual è il ricordo più emozionante di quegli anni?

Ai tempi la gavetta si faceva a La Capannina di Forte dei Marmi. Carlo metteva i dischi e io facevo un quarto d’ora di cabaret. Il ricordo più forte, però, è legato all’ultimo ciak de I laureati, sul molo di Viareggio. Mi allontanai da solo e mi misi a piangere. Tutti pensarono che fossi emozionato per aver finito il film. In realtà piangevo dalla paura che fosse il primo e l’ultimo. Poi, però, mi resi conto di una cosa: mi ero divertito talmente tanto che volevo subito rifarne un altro. E così mi succede ancora oggi.

Pare Parecchio Parigi (ph. Leonardo Baldini)

Sei nato a Firenze, dove vivi ancora oggi, che rapporto hai con la tua città?

Un rapporto morboso. È uno di quegli amori troppo forti. Ogni volta sono contento di partire perché sono ancora più felice di tornare. Ogni tanto salgo al Giardino di Boboli, la guardo e penso “Ma che fortuna vivere in un posto così”. Forse è lì che ho iniziato davvero a raccontare storie, quando da ragazzo andavo a Boboli per saltare scuola e immaginavo cosa stesse succedendo sotto tutti quei tetti.

Oggi, dopo tanti film e successi, cosa cerchi davvero quando scrivi o dirigi?

Cerco sempre la stessa cosa: divertirmi. Ogni volta che inizio un film sono convinto che sia il più bello, il più riuscito, ma non lo sai finché non esce. I film sono come le dichiarazioni d’amore: soltanto dopo scopri se negli occhi dell’altra persona si accende una luce oppure se ti guarda pensando che sarebbe stato meglio restare a casa.

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