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Giambattista Valli

Eva Desiderio

1 Settembre 2008

Negli abiti di oggi si deve sentire lo spirito d’atelier. Parola di Giambattista Valli

I suoi maestri si chiamano Roberto Capucci e Emanuel Ungaro. Una speciale intervista con il nuovo couturier italiano

Ti riceve col camice bianco, quello che hanno  sempre indossato i grandi couturier. Lui la lezione l’ha imparata molto bene e dunque può permetterselo perchè i suoi maestri si chiamano Roberto Capucci e Emanuel Ungaro. Al collo il filo di perle bianche, bellissimo, che è diventato un po’ il suo portafortuna e un vezzo che fa impazzire di curiosità la stampa internazionale. Lui,Giambattista Valli, forse in questo momento lo stilista più ricercato e acclamato per la sua idea di prêt-à-couture, è rimasto sempre lo stesso, nonostante oggi la sua moda venga venduta in oltre 220 boutique tra le più importanti del mondo.

“Ho lavorato molto, moltissimo, in questi ultimi anni, da quando nel 2004 ho deciso di lanciare la griffe col mio  nome e di sfilare a Parigi”, racconta sorridendo Giamba, come tutti gli amici veri chiamano questo 42enne esile, coi capelli scurissimi, gli occhi penetranti e uno charme naturale, arrivato in riva alla Senna nel 1997 nell’atelier di Ungaro in Avenue Montaigne. “Ma prima, dopo gli studi d’arte, mi ero fatto le ossa da Capucci, da Fendissime e da Krizia: con Mariuccia ho imparato molto anche se mi sono licenziato e poi fatto riassumere tre volte!” racconta scherzando. Gli piace andare indietro nel tempo al primo incontro con l’immenso Capucci. “Io stavo facendo lo stage all’ufficio stampa, fui scelto perchè parlavo l’inglese. Poi un giorno ero nel corridoio nell’atelier in via Gregoriana e me ne stavo da una parte mentre il Maestro provava. Lui mi guardò e io, di getto, gli diedi un mio parere su un abito. Lì per lì temetti di aver sbagliato a parlare senza essere interrogato. Invece lui apprezzò il mio coraggio e decise di prendermi all’ufficio stile”. Cominciava così, quasi per caso, la carriera nella moda di Valli che oggi veste le star di Hollywood ed è nel cuore di alcune giovani socialites come Bianca Brandolini, Ginevra Elkann e Margherita Missoni. “Sono queste giovani donne le migliori interpreti del mio stile”,  spiega. Poi l’approdo da Fendissime e la possibilità di seguire il lavoro di un altro couturier d’eccezione come Karl Lagerfeld per respirare l’ecclettismo  parigino e l’atmosfera chanelliana. Tre stagioni da Krizia, a Milano e a 29 anni l’incontro decisivo con Emanuel Ungaro. “All’epoca gli italiani non erano rispettati come oggi, qui a Parigi c’era una certa ostilità. Adesso con me, con Stefano Pilati da Yves Saint Laurent, con Antonio Marras da Kenzo, con Riccardo Tisci da Givenchy, tutto è cambiato e siamo i leader della scena parigina”. Osannati e invidiati, come è successo di recente per le sfilate del prêt-à-porter femminile dell’estate 2009 con Giambattista Valli acclamato  con un applauso lunghissimo e convinto, e poi ancora sugli altari dello stile con la collezione Gamme Rouge per Moncler che firma da due stagioni e che ha già trasformato con il  graffio pungente della sua raffinatezza. Ma è la sua etichetta a riscuotere l’approvazione osannante dei  buyers che trovano in questi suoi vestiti così moderni ma anche nostalgicamente ammiccanti all’età d’oro dei Cinquanta – Sessanta. Una forte spinta gli viene dalla produzione attenta e controllata del  Gruppo Gilmar, della famiglia Gerani, che ha scommesso prima di tutti gli altri gruppi industriali sul talento purissimo di Valli. “Io sono uno dei pochi couturier che ha una sua griffe autogestita e autofinanziata”, aggiunge pieno di orgoglio e certo non deve essere stato facile mantenere questa indipendenza. Grande la scuola avuta da Ungaro, con un lavoro accanito dentro l’atelier. Prima nell’ombra, poi nella ribalta pubblica come delfino di Emanuel e poi ancora come responsabile del prêt- à- porter e a seguito dell’alta moda, sostituendo il maestro al suo ritiro dalle passerelle.

“Qui a Parigi oggi ho la soddisfazione di ricevere l’incoraggiamento di John Galliano e di Alber Elbaz, non come a Milano dove la moda è ancora divisa tra guelfi e ghibellini, tra faide e invidie. Noi ci stimiamo tutti e ci sosteniamo nei progetti di grande qualità”. Nessuna voglia di fare polemica solo la considerazione disincantata sul carattere della nuova scuola di couture che sulla Senna sta gettando le basi di un nuovo New Look. Valli lo fa anche nelle forme dei suoi abiti, vaporose ed esagerate, pimpanti e imponenti. Nella scelta di un colore neutro difficile come quello neutro della tela da modelli. Nell’esaltazione di una femminilità forte e dichiarata che punta a rilanciare l’abito come elemento principe del guardaroba delle donne, anche con le crinoline che all’occorrenza si possono togliere per correre in ufficio. “Negli abiti di oggi si deve sentire lo spirito d’atelier. Senza la storia della moda non si va da nessuna parte, nessuno deve più inventare nulla ma reinterpretare la bellezza nel modo contemporaneo”. E questa prêt-à-couture sarà l’unico vaccino per sconfiggere crisi e concorrenti e per correre sui nuovi mercati che già considerano Giambattista Valli una star. “Il merito è anche di clienti privilegiate e fantastiche come la regina Rania di Giordania” o come Dasha, la fidanzata di Abramovich. Donne famose che apprezzano le sue organze doppiate, il pizzo di paillettes, la rafia lavorata all’uncinetto per le gonne da ballo e il twill di seta per cascate di petali di ortensia che diventano top. “Il lusso dell’eleganza è in questi dettagli che si imparano solo nella scuola che si è fatto in atelier. Il lusso per il lusso è solo cheap. Rimane la cultura per ricreare in sartoria la materia”.  

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