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Pinocchio

Virginia Mammoli

7 Gennaio 2020

Non il solito Pinocchio

Garrone e Benigni insieme per la favola made in Tuscany più amata e famosa al mondo

È la favola italiana per eccellenza. Anzi, con orgoglio possiamo dire, la favola fiorentina per eccellenza. Poiché a scriverla fu proprio un fiorentino. Sì, perché, anche se come pseudonimo Carlo Lorenzini scelse Collodi, il paesino in provincia di Pistoia cui era legato per via materna, il celebre scrittore nacque e morì a Firenze. È dalla sua penna che è nato il capolavoro Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino (scritto tra il 1881 e il 1883), o più semplicemente Pinocchio, come l’ha reso noto il film d’animazione della Walt Disney, realizzato nel 1940. Da allora, tanti sono stati gli autori che si sono cimentati con questo racconto, pochi con successo. Così è nata quella che è diventata famosa come “la maledizione di Pinocchio”, da cui nemmeno Steven Spielberg si è salvato. Tra le poche eccezioni Le avventure di Pinocchio (1972), diretto da Luigi Comencini, con, tra gli altri, Nino Manfredi, straordinario Geppetto, e la storica coppia Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, perfetti come il Gatto e la Volpe. 

Rocco Papaleo and Massimo Ceccherini play the wily Cat and Fox

Anche Roberto Benigni ha avuto i suoi problemi con la fiaba di Collodi, quando si è messo nei panni del burattino nel 2002, appena tre anni dopo aver vinto l’Oscar come migliore attore con La vita è bella (primo, e per ora unico, attore italiano a ricevere questo prestigioso premio). Ma la fascinazione di questo racconto è talmente forte, che lo stesso Benigni non ci ha pensato un attimo quando il regista Matteo Garrone gli ha proposto di diventare il Geppetto del suo Pinocchio, uscito nelle sale lo scorso 19 dicembre (mentre per il 2021 si attende la versione di Guillermo del Toro), girato tra Toscana e Puglia.

A fantastic performance by Benigni, whose face is signed by age and poverty, in the role of Geppetto

Insieme a lui un cast di altri bravissimi attori, tra cui Gigi Proietti, intenso Mangiafuoco, Massimo Ceccherini e Rocco Papaleo, rispettivamente la Volpe e il Gatto, e Marine Vacth nella veste di un’incantevole Fata Turchina, interpretata da bambina da Alida Baldari Calabria. A ricoprire il ruolo di Pinocchio il piccolo Federico Lelapi, che ogni giorno per 3 mesi si è sottoposto a più di 3 ore di trucco.

Grande protagonista di questo film sono infatti gli incredibili trucchi curati da Mark Coulier, premiato agli Oscar e ai BAFTA Awards, e i bellissimi costumi di un altro fiorentino - Massimo Cantini Parrini, anche lui pluripremiato - in mostra fino al 22 marzo al Museo del Tessuto di Prato.

Una trasposizione estremamente fedele al testo, quella di Garrone, che restituisce un profondo senso di umanità, in un film fatto di elementi magici e fiabeschi, di personaggi a cavallo tra l’uomo e l’animale, e che grazie a questo riesce a essere vero, toccando temi importanti come quello della povertà, trattata con grande dolcezza e delicatezza. 

One of the scenes with the sensitive and amusing Snail (Maria Pia Timo)

Matteo Garrone, cosa l’ha spinta a realizzare questo film?

Quando ho disegnato la prima storia di Pinocchio avevo 6 anni. È un racconto che mi accompagna da allora. Desideravo fare un film che aiutasse il pubblico a riscoprire un grande classico, ma anche a divertirsi, passare due ore in un mondo dove il reale si mescola al soprannaturale. Un film che fosse di tutti, popolare, come è il capolavoro di Collodi. 

Cosa ama in particolare di questo racconto?

È un testo che non ha epoca. Parla di noi, dei vizi e delle qualità tipicamente italiani ma al tempo stesso universali. 

E lei, Benigni, che per ben due volte ha lavorato su questo testo. Cosa l’affascina di più?

È come chiedere a qualcuno cosa lo affascina di più del mare! È un testo immenso, quasi un libro divinatorio. La storia d’amore di un padre per il figlio, ma anche mille altre cose.

Non è la prima volta che si è trovato a interpretare il ruolo del padre…

Sì, con La vita è bella è la seconda volta. Questa però è la metafora stessa del padre, famosa come San Giuseppe. Non a caso Geppetto è il diminutivo di Giuseppetto. E non c’è solo il nome: entrambi falegnami, entrambi con due figli adottivi che scappano di casa e ne combinano di tutti i colori, muoiono e risorgono… Due tipi difficili!

Come avete lavorato su questo personaggio?

L’abbiamo costruito insieme, piano piano, pensando anche ai grandi classici del muto, Chaplin e Keaton, e a quella povertà ricca di dignità che trasmettevano. La povertà che è madre di tutte le ricchezze. Una povertà aristocratica, che fa sembrare la vita un miracolo e che è straordinaria.

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