60 anni dall'alluvione di Firenze: la storia del 4 novembre
Le immagini dell'Archivio Foto Locchi, la memoria degli Angeli del Fango e il racconto di come è cambiato il rapporto tra la città e il suo fiume
Firenze ricorda ancora il rumore dell’acqua. A distanza di sessant’anni. Non il suono tranquillo dell’Arno che tutti i turisti desiderano ammirare al tramonto da Piazzale Michelangelo – mentre scorre lungo le rive, riflettendo ponti e facciate inondate dalla luce dorata del sole al tramonto – ma il rombo cupo di una città improvvisamente trasformata in un fiume.
Il 4 novembre 1966, l’acqua si riversò nelle case, nei negozi, nelle chiese e nei musei. Trascinò con sé fango, petrolio, automobili, libri e frammenti di vite. E lasciò una ferita che, col tempo, è entrata a far parte della memoria collettiva della città.
Alluvione ©Archivio Foto LocchiCosa successe il 4 novembre 1966: l'alluvione che sommerse Firenze
Pioveva da giorni e l’Arno era in piena, ma la città non si sentiva davvero in pericolo. Era una festa nazionale; scuole e uffici erano chiusi e nessun preavviso aveva preparato Firenze a ciò che stava per accadere. Poco dopo l’alba, il fiume straripò e inondò il centro della città: Santa Croce, le rive del fiume, Santo Spirito, Piazza del Duomo. Nel giro di poche ore, le strade si trasformarono in torrenti, le auto galleggiavano come relitti e le famiglie si rifugiarono tutte ai piani alti, senza elettricità né linea telefonica.
Ci furono 35 vittime. C’è una registrazione che rende l’atmosfera di quella mattina meglio di qualsiasi fotografia. Il giornalista della RAI Marcello Giannini sporse il microfono dalla finestra. «Non so se riuscite a sentire questo rumore.» Poi spiegò: «Questo non è un fiume – è Via Cerretani.» Queste parole bastano da sole a cogliere l’assurdità di quelle ore: il cuore di Firenze non era più una strada.
L’acqua non risparmiò nemmeno ciò che sembrava eterno. Penetrò negli Uffizi, minacciò il Corridoio Vasariano, raggiunse Piazza del Duomo e aprì con violenza la Porta del Paradiso del Battistero. Alla Biblioteca Nazionale Centrale, più di un milione di volumi furono sommersi. A Santa Croce, il Crocifisso di Cimabue rimase sommerso nell’acqua, nel fango e nell’olio combustibile fino a perdere gran parte della sua superficie pittorica. Da quel momento in poi, divenne la «ferita» più riconoscibile dell’alluvione e, al tempo stesso, il simbolo della sua resurrezione.
La mattina seguente, il fiume era tornato nel suo alveo. Ciò che rimaneva era il silenzio e l’odore acre del fango. I fiorentini cominciarono a spalare. Prima per liberare una porta d’ingresso, poi un negozio, una cantina, una biblioteca. Qui, il racconto dell’alluvione cambia tono: da tragedia, diventa una storia collettiva.
Chi erano gli Angeli del Fango: i volontari arrivati da tutto il mondo
A partire dal 6 novembre, cominciarono ad arrivare giovani da tutta Italia e poi da ogni parte del mondo. Spinti in parte dalle immagini televisive e dal documentario diretto da Franco Zeffirelli – narrato in italiano dall’attore britannico Richard Burton e prodotto per commemorare l’immensa tragedia dell’alluvione di Firenze – il mondo intero si mobilitò in un’incredibile ondata di solidarietà.
Si presentarono con stivali, pale e a mani nude. Questi giovani furono chiamati gli Angeli del Fango – un termine coniato dal giornalista Giovanni Grazzini – e lavorarono per settimane in biblioteche, chiese, musei e abitazioni private.
Alluvione ©Archivio Foto LocchiAlla Biblioteca Nazionale, i libri inzuppati d’acqua venivano passati di mano in mano; altrove, recuperarono dipinti, cornici, fotografie e lettere. Firenze, dopotutto, è una città di angeli – nei suoi affreschi, nei suoi dipinti, nel suo concetto di bellezza, nonché nella spiritualità e nella profondità di molte delle opere che custodisce. Tra loro c’erano giovani e meno giovani che in seguito sarebbero diventati famosi (alcuni lo erano già): da Ted Kennedy a Joan Baez, da Margherita Hack a Sergio Staino, da Antonello Venditti a Francesco De Gregori.
La nascita della conservazione moderna
La risposta di Firenze cambiò anche il modo in cui l’arte veniva protetta. Sotto la guida di Ugo Procacci e grazie al lavoro di restauratori, tecnici e volontari, furono allestiti laboratori di emergenza e sviluppate nuove procedure. I dipinti su tavola furono portati alla Limonaia di Boboli per impedire che si seccassero troppo rapidamente; il Forte Belvedere ospitò i libri; e Palazzo Davanzati ospitò le sculture e le arti applicate. Il restauro del Crocifisso di Cimabue portò allo sviluppo di nuove soluzioni, tra cui l’«astrazione cromatica». La catastrofe divenne così anche un laboratorio di conservazione, destinato a costituire un precedente.
L'alluvione di Firenze raccontata attraverso le immagini dell'Archivio Foto Locchi
A sessant'anni di distanza, le immagini dell'Archivio Foto Locchi rappresentano una testimonianza preziosa per ricostruire quei giorni. Immagini in bianco e nero che documentano la violenza della piena, le strade sommerse, i monumenti circondati dall'acqua e il lavoro instancabile di chi si mise subito all'opera per aiutare la città. Un patrimonio fotografico che permette di osservare da vicino non soltanto la dimensione della catastrofe, ma anche la forza della comunità e la capacità di reagire di fronte a una delle più grandi emergenze della storia italiana.
Non a caso, proprio il racconto fotografico della Firenze del Novecento è stato protagonista della grande mostra Firenze '50 '60 '70. Immagini dall'Archivio Foto Locchi, ospitata a Villa Bardini dal 7 maggio al 18 ottobre 2026 e tanto apprezzata da tutti i fiorentini. Attraverso circa 150 fotografie, l'esposizione ha ripercorso tre decenni fondamentali per la città, dagli anni del boom economico alla tragedia dell'alluvione del 1966, fino ai cambiamenti sociali e culturali degli anni Settanta.
Mostra Archivio Foto Locchi a Villa Bardini (Foto Locchi/©Archivio Foto Locchi)Una mostra che, nel corso dell'anno del sessantesimo anniversario, ha riportato al centro dell'attenzione la memoria di una Firenze che ha saputo rialzarsi grazie anche all'aiuto di migliaia di persone.
Firenze, 60 anni dopo: una memoria che non si dimentica
A sessant'anni dall'alluvione, il 4 novembre 1966 resta una data impressa nella memoria di Firenze. Una ferita profonda, che ha cambiato per sempre il rapporto della città con il proprio fiume e con la tutela del suo patrimonio storico e artistico. Ma è anche il ricordo di una solidarietà senza confini, di una generazione di giovani che arrivò da lontano per aiutare una città che forse non aveva mai visto prima e che, da quel momento, avrebbe portato per sempre nel cuore.
Gli Angeli del Fango non salvarono soltanto libri, opere d'arte e monumenti: contribuirono a preservare la storia di Firenze e a trasmetterla alle generazioni successive. Perché il 4 novembre 1966 non è soltanto il ricordo di una tragedia. È anche la storia di una città che non si è arresa e di un mondo intero che si è mobilitato per salvarla.
Ponte VecchioOggi l'Arno resta un elemento da rispettare e da monitorare, soprattutto in caso di forti piogge e piene, ma è anche uno spazio da vivere e scoprire attraverso tante attività all'aria aperta. Un modo diverso di vivere Firenze, che racconta anche l'evoluzione del rapporto tra la città e il suo fiume: da scenario di una delle più grandi tragedie della sua storia a luogo di sport, scoperta e socialità.