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Galleria dell'Accademia

text Rossella Battista

2 Maggio 2022

Galleria dell'Accademia: sale e opere da vedere assolutamente

Il nostro percorso alla scoperta di uno dei luoghi più belli di Firenze

Una città che nei secoli si era svuotata di gente e popolata di spedali e conventi. Troppi per l'illuminato Pietro Leopoldo di Lorena che nel 1784 ne sopprime diversi. Cosa che farà poi anche Napoleone. Ma è grazie a queste soppressioni che Firenze vanta la collezione più completa di tavole a fondooro.

Galleria dell'Accademia di Firenze © Guido Cozzi

L'Accademia nasce infatti così. Pietro Leopoldo unisce l'ospedale di San Matteo e il convento di San Niccolò ecrea la prima scuola d'arte moderna figlia dell'Accademia del Disegno, creata nel 1563 da Giorgio Vasari per volontà di Cosimo I. Ma nemmeno un secolo dopo protagonista sarà Michelangelo. Siamo negli anni di Firenze capitale e così nel 1873 viene incaricato Emilio De Fabris di creare un ambiente per il David. Ne nasce un'esedra. Nel 1909 arrivano i Prigioni dalla grotta del Buontalenti in Boboli. E nel 2001 apre la preziosa collezione di strumenti musicali antichi. Girelliamoci dunque, senza meta.

QUI da non perdere anche la nostra intervista a Cecilia, Direttore della Galleria e QUI gli eventi per festeggiare i 140 anni del David nella Tribuna dell'Accademia.

SALA DEL COLOSSO

E' qui che si incontrano i maggiori protagonisti del '400 fiorentino, da Domenico di Michelino a Botticelli, da Botticini a Ghirlandaio, da Paolo Uccello a Cosimo Rosselli e Baldovinetti. O artisti che volevano farsi notare a tutti i costi, come Giambologna che intorno al 1580 crea un gesso di 4 metri giusto per dimostrare ai Medici quanto valeva. L'artista fiammingo realizza così il Ratto delle Sabine in terra cruda ma delle stesse dimensioni (cosa rara) della statua (nella Loggia della Signoria). Le tre figure si torcono a spirale offrendo tre punti di vista diversi: Giambologna ottiene il posto fisso. E il mondo la scultura manierista. Nella sala, recentemente restaurata, si ammirano anche la Trinità di Alesso Baldovinetti, la Pala di Vallombrosa di Perugino col suo rocambolesco destino perché fu requisita da Napoleone ela Deposizione di Filippino per la Santissima Annunziata. L'artista muore nel 1505 senza completarla e così i padri Serviti la faranno terminare da Perugino lasciandoci così una delle opere più intriganti: movimentata e vivace la parte superiore, pacata e morbida quella inferiore. E ancora, meritandosi una saletta per sé, l'unica opera non sacra: il Cassone Adimari dello Scheggia fratello minore di Masaccio. Esperto decoratore del legno, ci lascia una delle più belle pagine di vita cortese. Il ricco matrimonio in casa Adimari dove ospiti e sposi danzano con abiti meravigliosi. Così come va letto come un vademecum per i monaci la Tebaide di Paolo Uccello. L'artista amante della prospettiva riesce a inserirvi santi e aspetti di vita monastica.

sala del colosso

SALE DEGLI STRUMENTI MUSICALI

Una quarantina di strumenti tutti perfettamente funzionanti delle collezioni e medicee e lorensi. Tra le chicche: un violoncello di Niccolò Amati del 1650, qualche violino e una viola tenore di Stradivari integra in ogni sua parte. E ancora un salterio in marmo e una spinetta ovale creata per i Medici da BartolomeoCristofori, l'inventore del pianoforte. E poi tamburi e trombe per soddisfare i gusti più chiassosi da banda musicale dei Lorena.

LA SALA DI MICHELANGELO

Si presenta come una grande navata dove la cultura Neoplatonica si offre in tutte le sue sfaccettature con la perfezione del David e l'imperfezione dell'essere umano, i Prigioni, che inutilmente aspirano al supremo senza mai raggiungerlo. Loro tentano di liberarsi dal fardello della cattività fisica e psicologica: la carne che impedisce all'anima di librarsi. E forse è anche per questo che l'opera giovanile dell'artista ci ammalia. Il marmo, un blocco unico che Agostino di Duccio a metà '400 aveva tentano di lavorare, si era presentato subito già vecchio, difettoso. Una sfida che a inizio '500 raccoglierà il 24enne Michelangelo. C'era da fare una statua da mettere sui contrafforti del Duomo. Ci lavora quattro anni. E alla fine fa un capolavoro, in chiave classica: la posa a contrapposto, la nudità degli antichi eroi, la perfezione anatomica. Anche se mano e testa sono troppo grandi. Ma andava collocato in alto e non dovevano passare inosservati. Il David che qui non è più un ragazzino ma già giovane uomo è, per la prima volta nella storia della statuaria, colto nei pochi attimi prima dell'azione: sta pensando al momento esatto in cui dovrà lanciare il sasso contro Golia. Il resto lo immaginiamo. Michelangelo entra nella modernità dando ai suoi protagonisti il compito di raccontare l'incombente. Siamo nel 1504 e la fiera Firenze ha cacciato i Medici, giustiziato Savonarola ed è pronta a sfidare anche il papa. Il Davide è il piccolo eroe che vince i potenti così viene requisito e collocato in piazza della Signoria dove oggi troneggia la copia di Luigi Arrighetti. Per i Prigioni il destino è diverso: dovevano abbellire la tomba di Giulio II ma non arriveranno mai a destinazione perché il papa sarà sepolto in san Pietro in Vincoli con un monumento fortemente ridimensionato. Michelangelo però ci lavorerà fino alla finee quando muore il nipote li donerà a Cosimo I. E' qui che gli appassionati si arrovellano sui significati di non finito, tipica tecnica dell'artista che lascia solo abbozzate alcune parti; e di incompleto. Come lo è il San Matteo, anch'esso destinato al Duomo che venne lasciato a metà. Differenze impercettibili che si colgono nell'uso diverso di scalpelli e trapani: il San Matteo non ha parti levigate cosa che hanno i prigioni, (l'Atlante, il Barbuto, il Giovane e il Ridestante). Nell'ipotetico transetto, ai lati del David, troviamo poi alcuni artisti che hanno segnato Manierismo e Controriforma, da Carlo Portelli con la sua scandalosa al tempo per le nudità Disputa sull'Immacolata Concezione, a Bronzino, Allori e infine Santi di Tito maggior esponente della sobria Controriforma.

GIPSOTECA

Nella sala (in restauro fino a luglio) sono conservati i gessi di Lorenzo Bartolini che la sua famiglia donò all'Accademia nel 1850. Qui i busti di artisti, musicisti e soprattutto un'infinità di ignoti protagonisti dei vari grand tour che si fecero ritrarre all'antica. Tra questi anche il monumento Demidoff di Lungarno Serristori.

Gipsoteca Lorenzo Bartolini

SALE DI GIOTTO E DEI GIOTTESCHI

Il piano terra si chiude con tre significative salette: la prima con le opere del periodo giottesco dove campeggia l' Albero della Vita di Pacino di Buonaguida con le storie di Cristo. La seconda con l'affresco di Giotto con testa di pastore,che ci ricorda come sia stato lui a ridare veridicità al ritratto di profilo, tecnica abbandonata da secoli. La sua idea di scatole prospettiche è poi ben chiara nelle formelle lobate di Agnolo Daddi, suo allievo per 24 anni, per la Sacrestia di Santa Croce. Nell'ultima saletta le opere degli Orcagna che aprono al Gotico Internazionale.

PRIMO PIANO

Nella successione di sale e salette si possono ammirare alcune tra le più belle, e spesso complete di cornici, pale d'altare di fine '300 e primi '400, tra cui l'Annunciazione di Giovanni del Biondo, la Madonne in trono di Lorenzo Monaco e quella dell'Umiltà (chiamata così perché seduta a terra) di Mariotto di Nardo.

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