Broken. Il potere del frammento a Firenze
Dal 25 settembre al 24 gennaio 2027, Palazzo Strozzi ospita una grande mostra dedicata al valore della frammentarietà nella storia della scultura
Può una parte contenere la forza di un intero? È la domanda da cui prende avvio Broken. Il potere del frammento, la grande mostra con cui Palazzo Strozzi indaga dal 25 settembre 2026 al 24 gennaio 2027 uno dei temi più affascinanti e persistenti della storia della scultura. Dall’archeologia all’arte contemporanea, l’esposizione invita a osservare ciò che è spezzato, mutilato o incompleto liberandolo dall’idea di perdita: il frammento non è soltanto ciò che rimane di un’opera originaria, ma una presenza autonoma, capace di custodire il tempo, la memoria e le trasformazioni della materia.
Broken. La forza del frammentoOrganizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi insieme alla National Gallery of Art di Washington, la mostra riunisce oltre ottanta opere e reperti provenienti da alcune delle più importanti istituzioni museali del mondo, tra cui il Metropolitan Museum of Art di New York, il Louvre di Parigi, il British Museum di Londra e il Museo Nacional de Antropología di Città del Messico. Un insieme straordinario per ampiezza cronologica e geografica, che mette in dialogo l’antico Egitto e la Grecia classica, Michelangelo e Rodin, le testimonianze delle civiltà premoderne e le ricerche di alcuni tra i più significativi artisti del nostro tempo.
La frammentarietà può essere l’esito del trascorrere dei secoli, di eventi naturali, guerre, dispersioni, atti iconoclasti o mutamenti culturali. Ma può nascere anche da un gesto volontario: quello dell’artista che sceglie di interrompere, isolare o scomporre la forma. La mostra si muove lungo questa sottile linea di confine, interrogando la distanza tra danno e creazione, rovina e rinascita. Il frammento testimonia una ferita, ma possiede anche la libertà di assumere identità impreviste, entrando in nuovi contesti e aprendosi a interpretazioni sempre diverse.
Broken. Il potere del frammentLe opere antiche mostrano come l’incompiuto e il parziale abbiano alimentato per secoli l’immaginazione artistica. Un dettaglio anatomico, una figura non terminata o una superficie ancora segnata dal processo di lavorazione possono esprimere una tensione persino superiore a quella di un’opera perfettamente compiuta. È proprio nell’interruzione, nello spazio lasciato aperto, che lo spettatore è chiamato a intervenire con la propria sensibilità, ricostruendo mentalmente una forma oppure accettandone l’irriducibile incompletezza.
Il dialogo con il presente rende ancora più evidente l’attualità del tema, assumono il frammento come principio poetico e strumento di riflessione sull’identità, sul corpo, sulla storia e sui meccanismi attraverso i quali costruiamo la memoria. Nelle loro opere, la parte non rimanda necessariamente a un tutto originario: può diventare un nuovo inizio, un linguaggio attraverso cui affrontare traumi individuali e collettivi, eredità culturali, migrazioni e trasformazioni sociali.
Da Giovanni Pisano a Michelangelo e Canova, fino alle ricerche più radicali del contemporaneo come Vezzoli e Bourgeois la mostra riunisce opere lontane per epoca e provenienza mettendo in luce la vitalità del frammento.
Scoprite con noi l'itinerario della mostra
Sala 1: Volti
È dal volto che il percorso prende avvio, dalla parte più riconoscibile e più intensa della figura umana. Nei frammenti del Monumento funebre a Margherita di Brabante di Giovanni Pisano, la rottura sembra quasi accentuare la forza delle espressioni, concentrando lo sguardo su ciò che il tempo ha lasciato emergere. Accanto a questi, Naso e labbra di Akhenaton riduce il volto a pochi tratti essenziali, ma sufficienti a evocare ancora una presenza. E nella Testa di dea dall’Odeon di Erode Attico, l’ossidazione delle ciglia bronzee scende sulle guance come una lacrima: un accidente della materia trasformato dal tempo in emozione.
©photo Ela Bialkowska OKNO studioSala 2: Corpi
La seconda tappa mostra come il corpo incompleto possa conservare intatti gesto, movimento e sensualità. Nel Frammento di Ermes che si allaccia il sandalo, il corpo sembra ancora in procinto di muoversi, mentre il Torso di Cristo da una Deposizione dalla Croce racconta una vicenda sorprendente: ritrovato in Francia in un campo, fu persino utilizzato come spaventapasseri. Due opere lontanissime che mostrano quanto un frammento possa attraversare epoche, funzioni e significati differenti.
©photo Ela Bialkowska OKNO studioSala 3: Iconoclastie
Qui la frattura è intenzionale. Distruggere una statua significa spesso colpire l’autorità che rappresenta. I frammenti attribuiti alla statua equestre di Demetrio I Poliorcete introducono una storia millenaria di monumenti abbattuti per cancellarne simbolicamente il potere. La Testa di re mago di Notre-Dame, rimossa durante la Rivoluzione francese e successivamente riutilizzata nelle fondamenta di un edificio, rende ancora più evidente quanto una scultura possa diventare testimone materiale dei conflitti della storia.
Sala 4: Guerra e colonialismo
Le ferite diventano qui tracce dirette della storia. Le teste in gesso di Antonio Canova, ancora segnate dai colpi d’artiglieria che colpirono Possagno durante la Prima guerra mondiale, conservano sulla superficie la memoria del conflitto. La Testa di Buddha da Borobudur, invece, porta il percorso verso il tema del colonialismo e della dispersione delle opere, aprendo una riflessione molto attuale sul rapporto fra musei, provenienze e restituzioni.
©photo Ela Bialkowska OKNO studioSala 5: Natura
Non sempre è l’uomo a trasformare un’opera. Anche il mare, le alluvioni, le eruzioni e il tempo modellano la materia. Nel Ragazzo accovacciato proveniente dal relitto di Anticitera, la superficie del marmo racconta quasi duemila anni trascorsi sott’acqua: alcune parti si sono conservate, altre sono state profondamente corrose. Il Cristo portacroce, segnato dall’alluvione di Firenze del 1966, mostra invece come una calamità possa entrare nella storia stessa dell’opera e diventare parte della sua identità.
©photo Ela Bialkowska OKNO studioSala 6: Il corpo ricomposto
A questo punto la mostra cambia prospettiva: il frammento non è più soltanto ciò che rimane, ma materiale da cui ripartire. La Statuetta di giovane africana, nata dall’unione di una testa ellenistica con un corpo realizzato secoli dopo, racconta una pratica antica di ricostruzione e reinvenzione. Con The Swan di Francesco Vezzoli, la stessa logica diventa pienamente contemporanea: frammenti antichi vengono ricomposti in una figura nuova, libera da un’idea univoca di identità.
©photo Ela Bialkowska OKNO studioSala 7: Danh Vo
La sala dedicata a Danh Vo è una delle più evocative del percorso. Nei suoi meat cables, frammenti di sculture antiche vengono messi in relazione con materiali contemporanei, legno da costruzione e perfino una valigia Rimowa. L’accostamento è elegante e destabilizzante: parla di viaggio, collezionismo, migrazione e spostamento, ma anche di come ogni identità possa essere costruita attraverso storie diverse.
©photo Ela Bialkowska OKNO studioSala 8: Scolpire il frammento
Qui l’incompletezza diventa una scelta estetica. La monumentale Mano destra di una statua colossale tradizionalmente associata a Costantino dimostra come una singola parte del corpo possa diventare una forma autonoma, capace di imporsi da sola nello spazio. È anche il punto in cui affiora con più evidenza il dialogo con Michelangelo e con la forza del non finito, fino alla lezione di Rodin. Con Foot di Louise Bourgeois, il frammento assume invece un valore intimo e biografico, legato alla memoria e al lutto.
©photo Ela Bialkowska OKNO studioSala 9: Il corpo contemporaneo
Nel Novecento il corpo frammentato diventa un linguaggio potente per parlare di vulnerabilità, desiderio e morte. In Untitled (Meat Cable) di Paul Thek, forme in cera simili a brandelli di carne oscillano tra reliquia, materia organica e oggetto sacro. In Untitled di Robert Gober, una gamba isolata associata a una candela crea invece un’immagine sospesa, insieme familiare e perturbante, attraversata dalla memoria della crisi dell’AIDS.
Sala 10: Paul Pfeiffer
Il percorso si chiude con una riflessione sul presente. Nella serie Incarnator, Paul Pfeiffer affida a diversi scultori la realizzazione separata di testa, braccia, gambe e torso di Justin Bieber, utilizzando tecniche legate alla tradizione della statuaria religiosa. Il corpo non verrà mai ricomposto: ogni frammento vive da solo, come una sorta di reliquia contemporanea. È una chiusura efficace perché rovescia il senso dell’intera mostra: qui la frammentazione non è ciò che resta dopo una perdita, ma il punto di partenza dell’opera.
©photo Ela Bialkowska OKNO studioAd ampliare il progetto è una nuova installazione dell’artista olandese-belga Mark Manders, concepita appositamente per il Cortile rinascimentale di Palazzo Strozzi. La sua presenza introduce il tema della frammentarietà nel cuore stesso dell’architettura, creando un confronto tra la compostezza dello spazio storico e una scultura che sembra provenire da un tempo sospeso, insieme antichissimo e contemporaneo.
©photo Ela Bialkowska OKNO studioCurata da C. D. Dickerson e Andrew Sears della National Gallery of Art, in collaborazione con Arturo Galansino, direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi, Broken costruisce così una storia della scultura alternativa a quella fondata sull’integrità e sulla perfezione. A emergere è il potere di ciò che resiste: opere che hanno perduto una parte di sé, ma proprio per questo continuano a trasformarsi sotto i nostri occhi. Il frammento diventa allora non la conclusione di una storia, bensì il punto da cui può cominciarne un’altra.