Luca Guadagnino a Firenze
Il famoso regista italiano cura l’allestimento dell’opera che inaugura l’88º Festival del Maggio Musicale Fiorentino
Un’opera contemporanea mai rappresentata a Firenze segna il debutto alla regia d’opera sulle scene fiorentine di Luca Guadagnino. The Death of Klinghoffer è il titolo che domenica 19 aprile inaugura l’88º Festival del Maggio Musicale Fiorentino. L’opera, scritta dalla poetessa Alice Goodman e composta da John Adams (andata in scena per la prima volta a Bruxelles nel 1991) è ispirata a uno dei fatti storici e internazionali più rilevanti degli ultimi decenni, ossia il sequestro della nave da crociera italiana ‘Achille Lauro’, avvenuto nell’ottobre del 1985 da parte di terroristi del Fronte per la liberazione della Palestina.
Luca Guadagnino Teatro del Maggio Musicale Fiorentino ph Michele Monasta Ecco le parole del famoso regista palermitano (Leone d’Argento a Venezia per Bones and All, candidato all’Oscar per Chiamami con il tuo nome) durante la conferenza stampa di presentazione alla presenza del Sovrintendente del Maggio Musicale Carlo Fuortes e del direttore d’orchestra, il maestro Lawrence Renes, profondo conoscitore delle composizioni di Adams.
Qual è stata la genesi del suo rapporto con il direttore d’orchestra e con questa produzione?
Una delle cose che più mi inorgoglisce del mio mestiere è creare legami profondi attraverso il lavoro. Con Lawrence è successo subito in modo quasi naturale: quando fai un’opera devi metterti nella posizione di seguire la musica, perché il direttore è cruciale. Ma prima ancora c’è stato l’incontro con il Sovrintendente Carlo Fuortes, decisivo, avvenuto in modo informale e poi consolidato. Da lì è nato tutto.
Cosa la colpisce di quest’opera?
È un capolavoro che ha resistito a polemiche fin dall’inizio e che oggi appare quasi profetico. Il libretto di Alice Goodman, la musica di John Adams costruiscono un dispositivo che non giudica, ma mostra. È un’opera che parla al nostro tempo con una lucidità impressionante.
Perché il suo interesse è stato catturato proprio questo titolo?
L’opera mi interessava da tempo, ci avevo flirtato a lungo. Mi erano stati proposti titoli in Nord Europa e paesi anglosassoni, io proponevo sempre The Death of Klinghoffer di John Adams. Ricevendo reazioni spesso sorprese, a volte scandalizzate. Quando l’ho proposto a Carlo Fuortes è stato subito d’accordo.
La messa in scena è molto legata al corpo e alla sua vulnerabilità.
Sì, il corpo è centrale: viene stratificato, ferito, messo in crisi. La collaborazione con il coro e con le coreografie è fondamentale. Anche l’ambientazione su una nave, evocando la vicenda dell’Achille Lauro, diventa metafora di uno spazio chiuso dove le identità si frantumano. È un’opera fatta di traumi individuali e collettivi.
Che ruolo ha avuto Firenze nel progetto?
Fondamentale. Firenze è diventata parte del processo creativo, soprattutto durante le prove. Il lavoro con le maestranze del Maggio è stato continuo, quotidiano, fisico. La città ha influenzato il ritmo e anche la mia percezione del teatro come organismo vivo.
La città è mai stata l’ambientazione di qualcuno dei suoi film?
Il rapporto con Firenze risale già ad alcuni anni fa, quando ho diretto il cortometraggio A Future Together (2021), legato alla visione del brand Ferragamo sotto la direzione creativa di Paul Andrew. Inoltre, sempre, per Ferragamo, avevo realizzato l’anno prima il documentario Salvatore: Shoemaker of Dreams (2020), girato in gran parte proprio in città. Questo lavoro ha significato due anni di frequentazione assidua, e mi ha fatto entrare in contatto con archivi e luoghi simbolici.
Cosa rappresenta per lei questo debutto operistico?
Un cambiamento di identità. Venendo dal cinema, il teatro mi ha permesso di uscire dai miei parametri. È un ritorno a una pratica viva, collettiva, dove ogni gesto ha una distanza e una grandezza diversa. E in questa distanza nasce, ancora oggi, l’emozione più forte.