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Michele Riondino (ph. Fabio Lovino)

text Teresa Favi

3 Aprile 2026

Michele Riondino, intervista all’attore e regista tra cinema, teatro e Il giovane Montalbano

Dalla gavetta nei teatri indipendenti al successo tra cinema e tv

Michele Riondino non ha mai davvero cambiato passo. Anche oggi che cinema e televisione lo hanno reso uno dei volti più riconoscibili e apprezzati della sua generazione, conserva quell’aria da incontro casuale: lo incroci, si ferma, ascolta, racconta. Come ai tempi degli spettacoli negli spazi indipendenti di Roma o delle chiacchiere di quartiere. Lo ritroviamo al Lucca Film Festival con La valle dei sorrisi di Paolo Strippoli, ma la conversazione scivola presto altrove: cinema, scelte, deviazioni. In mezzo ci sono Il giovane Montalbano, I Leoni di Sicilia, il David di Donatello 2024 per Palazzina Laf, il suo primo film da regista; un’opera così riuscita da far venire voglia di rivederlo presto dietro la macchina da presa. E il teatro, naturalmente: l’amore che non è mai passato.

Michele Riondino, guest of honor at the 2025 Lucca Film Festival (September 20–28), where he received the Golden Panther Award

Torniamo all’inizio. Ha mai avuto un’idea precisa dell’attore che avrebbe voluto essere?

In realtà no. Ho fatto l’Accademia a Roma e quindi all’inizio le mie referenze erano soprattutto teatrali. La domanda me la sono posta più tardi.

Gli anni dell’Accademia, tra il 1997 e il 2001, sono stati anche complicati: faticavo a entrare in un’impostazione molto centrata sulla tecnica e su un’idea precisa di attore. Col tempo ho capito che è stata una fortuna non sentirmi del tutto a mio agio.

Se tornassi indietro rifarei lo stesso percorso. Di giorno studiavo e la sera andavo a teatro: guardando quegli spettacoli ho iniziato a capire cosa mi interessasse davvero e, soprattutto, cosa non volevo diventare.

C’è stato un momento in cui ha sentito di aver preso la direzione giusta?

Più che un momento, una serie di scelte. Dopo l’Accademia mi sono trovato davanti a un bivio: partire per l’estero, studiare una lingua, fare workshop, oppure restare e lavorare. Ho scelto di lavorare. Ho fatto di tutto: fiction, tv per ragazzi, teatro con una compagnia che avevamo creato tra amici. La classica gavetta: spettacoli nei centri sociali, nelle cantine, ma anche grandi piazze. Non sono partito, ma ho continuato a fare l’attore. Quello è stato il vero punto di partenza.

Lei è riuscito a costruire una carriera nella serialità senza che questo le chiudesse le porte del cinema. Non è scontato in Italia.

È vero. Quando mi proposero Il giovane Montalbano ero titubante proprio per questo. E infatti dopo non è stato semplicissimo tornare al cinema: per un regista scegliere un volto molto legato alla tv può essere complicato. Però rifarei quell’esperienza mille volte. È stato un periodo bellissimo, anche per l’incontro con Andrea Camilleri. Con lui è nata una vera amicizia e ho continuato a confrontarmi con lui anche dopo la serie.

Oggi si parla molto del rapporto tra cinema d’autore e cinema popolare. È una distinzione ancora utile?

A mio parere dovremmo smettere di separare le due cose. La tradizione italiana è piena di registi capaci di raccontare storie popolari con uno sguardo autoriale. Un autore è qualcuno che osserva il mondo e lo traduce in forma artistica. Se quello che racconta riguarda la vita delle persone diventa automaticamente qualcosa di popolare. Negli anni Settanta i nostri maestri lo facevano benissimo. Oggi dovremmo tornare a fidarci dello spettatore: fare film per qualcuno, non solo per se stessi.

In una scena del film Il giovane favoloso (2014) con Elio Germano e Anna Mouglalis diretto da Mario Martone

Ci sono film che l’hanno influenzata in modo particolare?

Uno su tutti I compagni di Monicelli. Ma anche Fantozzi, che per me resta importantissimo: ci permette di ridere delle umiliazioni e allo stesso tempo di riconoscerci in quelle situazioni. Quella capacità di mescolare racconto popolare e sguardo critico mi interessa ancora molto.

Lei è anche passato dietro la macchina da presa. Il suo primo film nasceva con questa idea di dialogo con il pubblico?

Sì. Volevo anche spiazzarlo un po’. Chi conosceva la storia della mia città si aspettava un film molto diretto sui temi ambientali o sanitari. Io invece volevo raccontarne la complessità. L’inquinamento e la malattia sono aspetti centrali, ma il nodo vero è il ricatto occupazionale: il meccanismo per cui i figli degli operai erano destinati a prendere il posto dei padri. Io stesso avrei potuto entrare nello stesso impianto dove lavorava mio padre. È lì che nasce il ricatto: fai quello che ti dico io e io ti do lavoro. Raccontarlo senza cadere nella pura tragedia mi sembrava il modo migliore per permettere allo spettatore di capire davvero la storia.

Riondino, cos’è per lei il talento?

È la capacità di gestire le occasioni che capitano. Io ho cercato di farlo con pazienza, aspettando i progetti giusti e con l’aiuto di agenti e collaboratori che hanno creduto in me.

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