Julian Schnabel e il cinema delle vite straordinarie
Il pittore e regista americano a Firenze in occasione della Biennale Internazionale dell’Antiquariato, per il conferimento del Lorenzo d’Oro
Per Julian Schnabel una storia, prima di diventare un film, deve aver attraversato un punto di rottura. “C’è una vita che procede lungo il proprio corso e poi qualcosa accade: un incontro, una malattia, una scoperta, una caduta. Da quel momento niente può più essere com’era.” È in questa frattura che il pittore e regista americano trova il principio dei suoi racconti, la materia umana prima ancora che cinematografica. Non gli interessa tanto ricostruire l’esistenza di un personaggio quanto permettere allo spettatore di abitarla, anche solo per la durata di un film. È successo con Jean-Michel Basquiat, con lo scrittore cubano Reinaldo Arenas in Before the night falls, con Jean-Dominique Bauby in Lo Scafandro e la Farfalla e con Vincent van Gogh. Artisti, scrittori, uomini costretti in condizioni estreme: personalità diverse, accomunate da un momento capace di deviare per sempre il corso della loro vita. Intorno a ciascuna di esse si compone una società, affiorano amicizie, conflitti e relazioni. Ma al centro resta sempre una persona sola, osservata nel passaggio tra ciò che era prima e ciò che sarà dopo.
“C’è sempre qualcosa che cambia la vita di una persona per una ragione”, racconta il regista in questo dialogo con l’amico e mercante d’arte Marco Voena in occasione della Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze, per il conferimento del Lorenzo d’Oro. Schnabel ha anche ricevuto il premio alla carriera per il suo straordinario lavoro da regista e il suo ultimo film, The hand of Dante al Lucca Film Festival.
Il film di Julian Schnabel In the Hand of Dante è stato presentato a Venezia lo scorso annoMarco Voena. I tuoi film sono sempre raccontati in prima persona. Invece di sentirti raccontare una storia, vivi ciò che i protagonisti stanno vivendo. Più che un film su Van Gogh, è un film nel quale puoi essere Van Gogh...
Julian Schnabel. È così. In Sulla soglia dell’eternità, la macchina da presa segue infatti il pittore, ne assume l’instabilità, il respiro, l’inquietudine. Non contempla da una distanza rassicurante: entra nel suo campo visivo. Lo spettatore non guarda semplicemente l’artista dipingere, ma viene condotto dentro una percezione del mondo in cui la luce, la natura e il colore acquistano una violenza quasi fisica. Lo stesso principio governa Lo scafandro e la farfalla, ispirato alla vicenda di Jean-Dominique Bauby. Anche qui ho evitato lo sguardo esterno: la condizione di paralisi del protagonista diventa quella dello spettatore. Il cinema si trasforma così in uno strumento per oltrepassare la superficie delle cose e restituire, almeno in parte, l’esperienza inaccessibile di un altro essere umano.
MV. Ricordo la prima volta in cui ti sentii parlare di cinema e arte…
JS. Sono molto simili. Un dipinto ti conduce sempre nel suo presente. Se oggi guardi un Caravaggio, quell’opera entra nel XXI secolo e resta lì con te. La sensazione che produce supera il linguaggio. Nel cinema accade qualcosa di simile. Ogni scena compiuta è un dipinto, anche se nasce dalla collaborazione con attori, direttore della fotografia, costumisti e tutti coloro che lavorano al film. Io non preparo storyboard: arrivo in un luogo, guardo e ascolto. I migliori attori sono i migliori ascoltatori, ma credo che anche i migliori registi lo siano.
MV. È anche il principio che guida The Hand of Dante?
JS. Sì. In The Hand of Dante volevo mostrare che esiste soltanto un eterno presente. È lì che siamo: nel punto in cui epoche differenti possono convivere e Dante, il passato e il nostro tempo entrano in un dialogo continuo. Non mi interessa collegare ogni punto per rendere tutto il più semplice possibile. Alcune cose accadono nello spazio e rimangono sospesi tra la comprensione e l’osservazione. Sono film fatti per essere visti più di una volta. Questo film è una commedia tragica, proprio come la vita.
Alcune foto dal set di In the Hand of Dante, girato interamente in Italia, tra Venezia e la SiciliaMV. Come sei arrivato al libro di Nick Tosches?
JS. Johnny Depp e io avevamo fatto insieme Before Night Falls. Dopo quel film mi diede il libro di Nick e mi disse: “Secondo me, qui dentro c’è un film”. All’inizio pensai che fosse impossibile, ma ci intravedevo la possibilità di mostrare come anche una esistenza che può sembrare perfetta sia in realtà imperfetta. Ci ho messo sette anni a capire come farlo. Però mi piaceva proprio questo: il libro mi permetteva di mostrare cose molto diverse e di muovermi in direzioni differenti.
La pellicola comprime il tempo, cancella la separazione tra bianco e nero e colore, tra la lingua del Quattrocento e quella contemporanea.
MV. Il film ha un cast molto interessante: Al Pacino, John Malkovich, Jason Momoa, Franco Nero, Sabrina Impacciatore, Benjamin Clementine (anche autore delle musiche). E Martin Scorsese, che nel film è Isaia…
JS. Marty ha sempre sostenuto la mia carriera. La frase che il suo personaggio rivolge a Dante: “puoi mentire e andare all’inferno, oppure dire la verità ed essere crocifisso” è qualcosa che lui stesso ha vissuto. Non poteva esserci nessun altro in quel ruolo.
Alcune foto dal set di In the Hand of Dante, girato interamente in Italia, tra Venezia e la SiciliaMV. Forse mi sbaglio, ma The Hand anche tecnicamente mi sembra molto diverso dai film che hai realizzato prima.
JS. Quello che mi interessa è tracciare ritratti di persone. The Hand è un ritratto di Nick. Ma anche la possibilità di restituire la Divina Commedia al presente. In generale quello che mi interessa è creare una situazione in cui possa accadere qualcosa di autentico. A volte il mio compito è semplicemente farmi da parte e vedere che cosa sanno fare gli attori.
Posso aprire una porta, metterli in una determinata situazione e poi lasciare che sorprendano anche me. Significa avere fiducia in loro. Pensate per esempio a Jason Momoa: si possono immaginare mille cose da far fare a una persona come lui. Ma poi lo metti in un luogo reale e succede qualcos’altro. Jason è un uomo enorme, eppure a volte può sembrare quasi un bambino. Sono proprio queste contraddizioni a essere interessanti. In The Hand molte location le abbiamo scoperte strada facendo. Incontri luoghi e persone quasi per caso e, se sai ascoltarli, entrano nel film.