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Collezione Casamonti

text Matteo Parigi Bini

24 Settembre 2026

Roberto e Marco Casamonti: arte, architettura e la nuova sede a Palazzo San Giorgio

Roberto e Marco Casamonti raccontano il nuovo spazio dove dialogano la Collezione Casamonti e lo studio Archea Associati

Quello tra Roberto e Marco Casamonti, padre e figlio, è un confronto serrato e stimolante, fondato su affinità elettive e su un’inesauribile passione per la scoperta, il nuovo, l’evoluzione. Il loro lavoro si incontra in uno storico palazzo su Lungarno Serristori che, dopo un importante restauro, è pronto a accogliere un nuovo capitolo della storia della famiglia.

Roberto e Marco Casamonti davanti all'opera di Alighiero Boetti

Perché avete scelto Palazzo San Giorgio come sede dell’Associazione per l’Arte e la Cultura - Collezione Casamonti e dello studio di architettura?

Marco Casamonti Il palazzo si trova vicino sia alla galleria di mio padre che alla sede fiorentina dello studio Archea e permette di riunire nuovamente due mondi che, nella storia della nostra famiglia, sono sempre stati vicini. Fin dai tempi di via Tornabuoni, arte e architettura hanno convissuto: espressioni diverse di un medesimo universo creativo. Per molti anni, passando sul Lungarno, abbiamo visto questo edificio vuoto. Quando si è presentata l’occasione di acquistarlo, ho visto subito la possibilità di avvicinare i nostri mondi, da sempre paralleli. La Collezione è una fonte d› ispirazione: per i miei collaboratori e per me, anche l’incontro casuale con un quadro, il semplice passargli accanto, può accendere una scintilla. Da qui è nata l’idea di riunire nello stesso palazzo lo studio e la Collezione.

Che cosa offre questo edificio rispetto alla precedente sede di Palazzo Bartolini Salimbeni?

Roberto Casamonti Palazzo Bartolini Salimbeni è uno spazio magnifico, denso di arte e di storia. Palazzo San Giorgio ci consente di offrire una lettura più ampia e continua della Collezione: dalle opere della fine dell’Ottocento e dei primi anni del Novecento fino ai grandi protagonisti del secondo dopoguerra. Il percorso attraversa autori come Fattori, Chini, Severini, Sironi, Campigli e Carrà, per arrivare a Fontana e Burri, ma anche a Basquiat, Warhol e Picasso. È una narrazione più completa, leggibile e articolata.

La Collezione Casamonti, tuttavia, non si presenta come una raccolta immobile e definitiva…

RC È una collezione dinamica e deve continuare a esserlo. Come già a Palazzo Bartolini Salimbeni, molte cose sono cambiate: sono entrate nuove opere, mentre altre sono state sostituite. La mia attività è sempre consistita nel cercare e selezionare, con l’intento di migliorare progressivamente la raccolta. Non esiste un corpus chiuso e immodificabile, ma una collezione in continuo divenire. Il cambiamento appartiene alla sua stessa identità.

Collezione Casamonti

Marco, lei ha affermato spesso che l’architettura affonda le proprie radici nell’arte. Vale anche il contrario?

MC Certamente. Nell’esperienza europea, e in particolare in quella italiana, arte e architettura sono profondamente intrecciate. Pensiamo al Rinascimento: gli architetti hanno inciso in maniera decisiva sulla storia dell’arte. Brunelleschi e la sua codificazione della prospettiva hanno cambiato il nostro stesso modo di rappresentare il mondo.

Quanto ha contato, nella sua formazione di architetto, essere cresciuto accanto alla collezione di suo padre?

MC Se mio padre non avesse collezionato opere d’arte, probabilmente non avrei conosciuto tanti artisti e non sarei entrato così presto in contatto con questo mondo. Una cosa è studiare l’arte, un’altra è viverci dentro. Gli architetti toscani hanno, per così dire, ‘le seste negli occhi’, perché crescono circondati da determinate proporzioni, prospettive e forme. Non è un merito personale, ma un privilegio.

Roberto, quali opere architettoniche di Marco esprimono meglio questo dialogo con l’arte?

RC Non posso non citare la Cantina Antinori, il primo grande punto di svolta con l’emblematico taglio sulle magnifiche colline del Chianti. Il Museo della Ceramica di Liling, in Cina, uno dei più straordinari esempi al mondo di ‘architettura d’imitazione’, dove la forma dell’edificio richiama fedelmente gli oggetti ai quali è dedicato. Lo Stadio di Tirana, in Albania, che ha rigenerato una parte della città. Il Viola Park, centro sportivo della Fiorentina, esempio di architettura al servizio dello sport e del paesaggio. E, più recente, il teatro di via de’ Cimatori: un recupero urbano capace di unire memoria e futuro. Sono progetti nei quali si avverte chiaramente che Marco è nato e cresciuto in mezzo all’arte. Anche se forse non se ne rende pienamente conto, tutto ciò che ha visto nel corso della vita è rimasto nel suo subconscio e riaffiora davanti a ogni nuovo progetto.

In che modo avete affrontato il recupero architettonico di Palazzo San Giorgio?

MC L’edificio ospitava in origine delle scuderie: era dunque uno spazio funzionale e relativamente povero, privo di affreschi o decorazioni importanti, ma dotato di una facciata molto bella. La sua struttura, a manica stretta, è suddivisa in numerosi ambienti. Non abbiamo voluto snaturarla, bensì restituirla alla sua consistenza originaria, liberandola dalle frammentazioni e dalle trasformazioni accumulate nel tempo. La sequenza degli ambienti si presta particolarmente bene all’esposizione. Del resto, il corridoio appartiene alla grande tradizione museale fiorentina: basti pensare a Palazzo Pitti e alla quadreria barocca della Palatina.

Palazzo San Giorgio

È una versione contemporanea del rapporto fiorentino tra casa e bottega?

MC Esattamente. Io abito sopra lo studio e la collezione. L’idea fiorentina della casa-bottega si rinnova qui in forma contemporanea: abitazione, lavoro, arte e vita quotidiana tornano a convivere.

Quali sono le opere della collezione alle quali vi sentite maggiormente legati?

MC Le opere che mio padre ama di più sono spesso anche quelle che hanno maggiormente influenzato il mio lavoro. Penso soprattutto agli artisti degli anni Sessanta, allo Spazialismo e all’Arte povera. Fontana e Boetti, per esempio, hanno lasciato una traccia importante nel mio modo di concepire gli spazi. Ciò che viviamo entra dentro di noi e riaffiora nel nostro lavoro.

Roberto, lei si è sentito prima collezionista o mercante d’arte?

RC Prima di tutto sono stato un amante dell’arte. Ho cominciato da ragazzo, ascoltando gli artisti che frequentavano mio padre. Ricordo le cene con Ottone Rosai, quando avevo dodici anni: rimanevo in silenzio, ascoltavo e assorbivo tutto. Mio padre mi fece conoscere Soffici e Campigli, incontrai Vedova, Pomodoro, Chiari e molti altri protagonisti dell’arte italiana.

Ricorda la prima opera importante che acquistò autonomamente?

RC Ero ancora molto giovane e acquistai una tempera di Gianni Dova. Telefonai all’artista, a Milano, e gli chiesi se potessi portargliela per verificarne l’autenticità. Quando arrivai, mi fece attendere nel suo studio perché stava lavorando con una modella. Per un ragazzo della mia età già quella era un’esperienza straordinaria. Dova confermò che la tempera era sua. Mi venne spontaneo rivelargli il mio amore per il suo lavoro a olio e lui mi mostrò un quadro bellissimo, Toro in giardino. Non persi tempo: gli lasciai la tempera e aggiunsi la differenza necessaria per acquistarlo. Tornato a Firenze, lo mostrai a mio padre. Il dipinto gli piacque molto. Quell’episodio segnò il corso della mia vita e il mio ingresso nel mondo dell’arte.

Quando l’amore per l’arte si trasformò definitivamente in una professione?

RC Il passaggio decisivo avvenne nel 1981, dopo la morte di mio padre. Avevo aperto la galleria in via Tornabuoni e il primo anno fu molto difficile. Non avevo dipendenti e vendevo pochissimo. In quel periodo trovai una piccola opera di Fontana: mi piacque e decisi di comprarla. Qualche tempo dopo entrò in galleria un importante collezionista tedesco; la volle e mi disse che, se ne avessi trovate altre, avrebbe acquistato anche quelle. L’anno successivo gliene vendetti dieci o dodici. Nell’arte l’innovazione è fondamentale e Fontana faceva cose mai viste: un suo taglio è la quintessenza dello Spazialismo. Genio puro. Mi ha conquistato a tal punto che oggi sono uno dei suoi maggiori collezionisti

Avete inaugurato la Collezione durante la Biennale. Quale rapporto si instaura tra Palazzo San Giorgio e manifestazioni come la BIAF?

MC La Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze è un’esposizione di altissimo livello, con opere di caratura museale. Porta in città migliaia di persone interessate all’arte in tutte le sue espressioni. Palazzo San Giorgio può offrire loro una prosecuzione del percorso attraverso il Novecento e la contemporaneità. La Collezione Casamonti prende idealmente avvio là dove si interrompono altre narrazioni museali e prosegue lungo il XX secolo. Ogni raccolta privata racconta la storia e lo sguardo di chi l’ha costruita: non pretende di essere enciclopedica, ma proprio per questo può offrire un punto di vista personale e riconoscibile. Il Palazzo potrà diventare in futuro, anche grazie alla Biennale, un luogo di dialogo tra l’antico e il contemporaneo. Talvolta basta un’unica opera antica per creare una connessione capace di suggerire una nuova lettura di un lavoro contemporaneo.

La contaminazione tra linguaggi e periodi storici sarà dunque uno dei caratteri del progetto?

MC Sì. Le relazioni possono coinvolgere l’arte antica, l’architettura, la musica, il cinema o la letteratura. Si potrebbe, per esempio, mettere in dialogo la pittura neorealista con il cinema dello stesso periodo. L’importante è che lo spazio rimanga vivo. La dinamicità non è un elemento accessorio: è una condizione essenziale del progetto.

Il Palazzo può essere considerato anche un omaggio di Marco a suo padre?

MC È un omaggio a mio padre, ma anche alla nostra storia familiare. Un progetto nel quale confluiscono generazioni, sensibilità e professioni differenti: collezionismo, architettura e, soprattutto, una passione comune per l’arte. Non è un caso che il nome della Collezione sia oggi quello della nostra famiglia.

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