Victor Man al Museo Novecento
Dal 26 settembre al 7 marzo 2027, Firenze dedica una grande mostra personale a uno tra i più autorevoli pittori europei della sua generazione
Quando venticinque anni fa ho scoperto i dipinti di Victor Man, ne sono rimasto subito affascinato. Era un periodo in cui la pittura non aveva un grande riconoscimento nel sistema dell’arte. In particolare, sembrava che l’attenzione si fosse distolta dalla grande pittura del Novecento, dai suoi maestri. Questi artisti venivano spesso messi in disparte dalle avanguardie e da quelle che seguirono le narrazioni dell’arte contemporanea. Penso a Balthus, a Lucian Freud, a Morandi. E andando ancora indietro, a Pontormo o a Rembrandt. Questi fanno parte di una storia e di un canone occidentale da cui sembrava necessario staccarsi. Victor Man ha scelto una strada completamente diversa, ‘anticonforme’ a quello che sta accadendo oggi. È cresciuto in Romania, dopo il comunismo, avrebbe potuto essere attratto dai linguaggi pop e postmoderni, ma ha fatto l’esatto contrario: ha costruito il suo lavoro in un rapporto profondo con la storia della pittura. Ma non ha mai trasformato questo rapporto in citazione, in imitazione o in esercizio di stile. È proprio questa distanza dal citazionismo che, a mio parere, rende la sua opera così importante e dentro la storia dell’arte comunque.
Victor Man, Maternity (Curve Delle Anime), 2025 (© Victor Man. Courtesy the Artist, Galerie Max Hetzler and David Zwirner)A parlarmi di Victor Man era stato Enzo Cucchi. Dopo, ho avuto modo di incontrare i suoi lavori in diverse occasioni, fino alla mostra alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino. Sono rimasto quasi ipnotizzato davanti ai suoi ritratti. Da quei dipinti emana qualcosa di profondo: una luminosità tenebrosa, dettagli quasi minimi, sguardi sospesi, nulla sembrava corrispondere a ciò che vedevo intorno in altre mostre e artisti contemporanei. Eppure, avvertivo una sorta di familiarità. Una Familienähnlichkeit, come avrebbe detto Wittgenstein. Non una somiglianza da ricercare, ma una continuità sotterranea che attraversa la storia delle immagini e della sensibilità pittorica. Con Man non abbiamo a che fare con una stratificazione di citazioni da riconoscere. Il suo lavoro non è archeologia delle immagini. Alcuni elementi – un teschio, una falena, uno specchio, un nudo – appaiono come residui visuali che provengono da un luogo che non possiamo ricostruire del tutto. Sono immagini che hanno perso il loro contesto originario e, proprio per questo, hanno una nuova possibilità, la pittura di Man nasce dalla storia, ma si libera di tutti i precedenti attraverso l’originalità. Per questo motivo considero la sua opera profondamente moderna, pur essendo estranea a molte delle categorie che usiamo per definire il contemporaneo. In un’epoca in cui siamo sottoposti a un continuo flusso di immagini, grazie a immagini virtuali, social media, intelligenza artificiale e dispositivi digitali, Man ci costringe a rallentare il tempo dello sguardo: i suoi dipinti chiedono silenzio e una disponibilità contemplativa.
La mostra al Museo Novecento presenta venticinque dipinti, tra autoritratti, maternità, ritratti e nudi femminili, nature morte e opere in cui il rapporto con la tradizione della pittura è particolarmente evidente. È una selezione che offre una visione di base del suo lavoro: da una parte, la celebrazione della vita; dall’altra, l’ossessione per la morte. È una tensione che attraversa l’esperienza umana e che nella pittura trova forse l’unica possibilità di essere tenuta insieme.
Victor Man, Umbra Vitae, 2024 - 2025La luce di Man non è una luce che semplicemente illumina, ma nasce dal colore e dalla materia stessa della pittura. Anche il nero, nei suoi quadri, può emanare luce, una luminosità che non cancella la tenebra, ma sembra provenire proprio da essa. In alcune opere della serie Luminary Petals, ad esempio, scene che evocano flagellazioni e immagini riconducibili alla pittura antica sono immerse in una sostanza scura che vela e contemporaneamente disvela ciò che si trova nel profondo. Guardarle richiede di adattare la pupilla alla tenebra. Di fronte ai suoi dipinti, mi sembra insufficiente usare le parole consuete. Enigmatico, spettrale, metafisico, misterioso: sono definizioni che si avvicinano, ma finiscono per diventare stereotipi.
Il centro della pittura di Man continua a sfuggirci perché affronta questioni non risolvibili come la nascita, la maternità, l’infanzia, la fragilità della vita, l’inconscio, la morte, il desiderio di eternità, il rapporto con ciò che trascende. È qui che la pittura dimostra la sua necessità. Non è riproduzione meccanica, non è immagine da consumare, non può essere sostituita da una tecnologia. La pittura è materia, fisicità, presenza. È una delle poche esperienze in cui un essere umano può ancora confrontarsi con l’imperscrutabile e con il mistero dell’esistenza. Victor Man sostiene che non si può veramente parlare della pittura, perché non esiste un linguaggio in grado di descriverla completamente. Sono d’accordo con lui. Come ha scritto Stefan Zweig, il concepimento di un’opera d’arte rimane avvolto nelle tenebre, come la nascita del mondo: un fenomeno inafferrabile, quasi divino, un mistero che possiamo ricostruire solo a posteriori. Spero che il pubblico torni al Museo Novecento e che senta il desiderio di guardare queste opere una alla volta, frontalmente, senza fretta. E che possa tornare la volta successiva quasi dimenticandosi di ciò che già aveva visto, per lasciarsi sorprendere di nuovo. C’è tuttavia un’immagine che vorrei ricordare: nella cappella del museo, Victor ha voluto esporre un disegno realizzato da sua figlia. Non è una sua opera, e proprio per questo mi sembra importante. Ci permette di cominciare dall’inizio, dall’infanzia come stagione originaria della creatività, da quell’età inconsapevole dell’inevitabilità della morte. Forse da lì dobbiamo ripartire per comprendere la pittura di Victor Man: dalla meraviglia, dal mistero e dalla necessità di dare forma a ciò che non sappiamo spiegare, il mistero della Vita e di sua ‘sorella’ Morte.